"Se non riesci a disfarti dello scheletro nel tuo armadio, tanto vale insegnargli a ballare." - G. B. Shaw
sabato 27 febbraio 2016
giovedì 14 gennaio 2016
Oscars 2016: le nomination
It's that time of the year!
Con i Golden Globes di domenica scorsa, la stagione degli awards è ufficialmente iniziata.
I premi della HFPA ci avevano già lasciato presagire le nominations ai prossimi Academy Awards, che saranno presentati da Chris Rock domenica 28 febbraio.
Grandi esclusi Tarantino e Aaron Sorkin, che invece aveva vinto proprio agli scorsi Globes.
L'Italia gioisce per la nomination di Ennio Morricone per la colonna sonora di "The Hateful Eight".
Ecco le nomination per le categorie principali:
Miglior Film
Mad Max: Fury Road
La Grande Scommessa (The Big Short)
Il Ponte delle Spie
Brooklyn
The Martian
The Revenant
Room
Spotlight
Miglior Attore Protagonista
Michael Fassbender - Steve Jobs
Leonardo Di Caprio - The Revenant
Eddie Redmayne - The Danish Girl
Bryan Cranston - Trumbo
Matt Damon - The Martian
Miglior Attrice Protagonista
Jennifer Lawrence - Joy
Cate Blanchett - Carol
Charlotte Rampling - 45 Anni
Saoirse Ronan - Brooklyn
Brie Larson - Room
Miglior Attore Non Protagonista
Christian Bale - The Big Short
Tom Hardy - The Revenant
Mark Ruffalo - Spotlight
Mark Rylance - Il Ponte Delle Spie
Sylvester Stallone - Creed
Miglior Attrice Non Protagonista
Jennifer Jason Leigh - The Hateful Eight
Alicia Vikander - The Danish Girl
Rooney Mara - Carol
Kate Winslet - Steve Jobs
Rachel McAdams - Spotlight
Miglior Regia
Alejandro Inarritu - The Revenant
Adam McKay - The Big Short
George Miller - Mad Max
Lenny Abrahamson - Room
Tom McCarthy - Spotlight
Con i Golden Globes di domenica scorsa, la stagione degli awards è ufficialmente iniziata.
I premi della HFPA ci avevano già lasciato presagire le nominations ai prossimi Academy Awards, che saranno presentati da Chris Rock domenica 28 febbraio.
Grandi esclusi Tarantino e Aaron Sorkin, che invece aveva vinto proprio agli scorsi Globes.
L'Italia gioisce per la nomination di Ennio Morricone per la colonna sonora di "The Hateful Eight".
Ecco le nomination per le categorie principali:
Miglior Film
Mad Max: Fury Road
La Grande Scommessa (The Big Short)
Il Ponte delle Spie
Brooklyn
The Martian
The Revenant
Room
Spotlight
Miglior Attore Protagonista
Michael Fassbender - Steve Jobs
Leonardo Di Caprio - The Revenant
Eddie Redmayne - The Danish Girl
Bryan Cranston - Trumbo
Matt Damon - The Martian
Miglior Attrice Protagonista
Jennifer Lawrence - Joy
Cate Blanchett - Carol
Charlotte Rampling - 45 Anni
Saoirse Ronan - Brooklyn
Brie Larson - Room
Miglior Attore Non Protagonista
Christian Bale - The Big Short
Tom Hardy - The Revenant
Mark Ruffalo - Spotlight
Mark Rylance - Il Ponte Delle Spie
Sylvester Stallone - Creed
Miglior Attrice Non Protagonista
Jennifer Jason Leigh - The Hateful Eight
Alicia Vikander - The Danish Girl
Rooney Mara - Carol
Kate Winslet - Steve Jobs
Rachel McAdams - Spotlight
Miglior Regia
Alejandro Inarritu - The Revenant
Adam McKay - The Big Short
George Miller - Mad Max
Lenny Abrahamson - Room
Tom McCarthy - Spotlight
domenica 10 gennaio 2016
"Joy"
La corsa agli Oscar si avvicina, le nomination arrivano nei prossimi giorni e dopo i Golden Globes di stanotte avremo tutti le idee più chiare su chi saranno i protagonisti della prossima awards season. Il tempo stringe, quindi ho pensato di portarmi avanti con il lavoro ed iniziare a vedere uno dei film che non sfuggiranno sicuramente alla categoria "Miglior Film" e "Miglior Attrice Protagonista", "Joy", l'ultimo lavoro di David O. Russell.
E' stato il primo che ho voluto vedere per tanti motivi: una spiccata simpatia per Jennifer Lawrence, la curiosità di vedere se il trittico Lawrence-Cooper-De Niro diretto da David O. Russell funziona davvero senza gli strascichi di "Silver Linings Playbook", il tema scottante del femminismo e delle power women, che quest'anno si è ripresentato all'infinito nel cinema, nella cultura pop e nella mia vita. Quindi ho visto "Joy", con tante aspettative e un pizzico di apprensione perchè "sai che film figo sarebbe, se fosse fatto bene". E infatti. "Joy" è fatto bene, per quanto "fatto bene" siano le parole di cui abusa più spesso chi di cinema non capisce un cazzo (insieme al binomio "Di Caprio-Oscar" e a "Tarantino-simaleieneèbellissimoioadorokillbillperòcertopulpfictionnonsibatteeh"). Certo che è fatto bene. David O. Russell non fa il regista dall'altroieri e, pur essendo "Joy" leggermente più tagliente e duro registicamente, non perde quella sensibiltà comunicativa che tanti altri provano invano ad imitare.
La trama del film, senza spoiler, racconta di Joy - una Jennifer Lawrence di cui è sempre impossibile indovinare l'età - e del suo viaggio da bambina ambiziosa a business woman, passando per casalinga disperata. La Lawrence in "Joy" dimostra ancora una volta agli scettici che il talento sostituisce l'esperienza, che comunque inizia a non mancarle, e che la sua bravura eccezionale non si vede soltanto "nei panni della pazza". Tira fuori una fragilità tangibile, che riesce a far immedesimare ed emozionare non soltanto le donne.
Un filino sopravvalutato De Niro nei panni del padre di Joy, poco presente Bradley Cooper (anche se è innegabile la chimica sullo schermo tra lui e Jennifer Lawrence, motivo palese per cui O. Russell continua ad unirli anche in vesti molto diverse da quelle romantiche). Ma, personalmente, quello che ho più apprezzato di "Joy" era quello che pensavo: la storia di una donna intelligente, forte e senza paura. Una storia femminista che non si vanta del suo femminismo, ma lo spiega e lo mostra attraverso gli alti e bassi di chi lo ha fatto, il femminismo. Quel femminismo che non è sinonimo di disprezzo o finta indipendenza, ma che riesce ad accendere la speranza che la società si muova verso un domani in cui le pari opportunità non sono soltanto una frase fatta con cui ci si riempie la bocca.
Se vi serve un buon motivo per andare a vedere "Joy", nei cinema dal 28 gennaio, e non vi basta la regia ottima, il cast stellare e la storia coinvolgente, almeno andateci perchè così se malauguratamente J. Law si ritrovasse con la statuetta in mano, voi sapreste il perchè.
E' stato il primo che ho voluto vedere per tanti motivi: una spiccata simpatia per Jennifer Lawrence, la curiosità di vedere se il trittico Lawrence-Cooper-De Niro diretto da David O. Russell funziona davvero senza gli strascichi di "Silver Linings Playbook", il tema scottante del femminismo e delle power women, che quest'anno si è ripresentato all'infinito nel cinema, nella cultura pop e nella mia vita. Quindi ho visto "Joy", con tante aspettative e un pizzico di apprensione perchè "sai che film figo sarebbe, se fosse fatto bene". E infatti. "Joy" è fatto bene, per quanto "fatto bene" siano le parole di cui abusa più spesso chi di cinema non capisce un cazzo (insieme al binomio "Di Caprio-Oscar" e a "Tarantino-simaleieneèbellissimoioadorokillbillperòcertopulpfictionnonsibatteeh"). Certo che è fatto bene. David O. Russell non fa il regista dall'altroieri e, pur essendo "Joy" leggermente più tagliente e duro registicamente, non perde quella sensibiltà comunicativa che tanti altri provano invano ad imitare.
La trama del film, senza spoiler, racconta di Joy - una Jennifer Lawrence di cui è sempre impossibile indovinare l'età - e del suo viaggio da bambina ambiziosa a business woman, passando per casalinga disperata. La Lawrence in "Joy" dimostra ancora una volta agli scettici che il talento sostituisce l'esperienza, che comunque inizia a non mancarle, e che la sua bravura eccezionale non si vede soltanto "nei panni della pazza". Tira fuori una fragilità tangibile, che riesce a far immedesimare ed emozionare non soltanto le donne.
Un filino sopravvalutato De Niro nei panni del padre di Joy, poco presente Bradley Cooper (anche se è innegabile la chimica sullo schermo tra lui e Jennifer Lawrence, motivo palese per cui O. Russell continua ad unirli anche in vesti molto diverse da quelle romantiche). Ma, personalmente, quello che ho più apprezzato di "Joy" era quello che pensavo: la storia di una donna intelligente, forte e senza paura. Una storia femminista che non si vanta del suo femminismo, ma lo spiega e lo mostra attraverso gli alti e bassi di chi lo ha fatto, il femminismo. Quel femminismo che non è sinonimo di disprezzo o finta indipendenza, ma che riesce ad accendere la speranza che la società si muova verso un domani in cui le pari opportunità non sono soltanto una frase fatta con cui ci si riempie la bocca.
Se vi serve un buon motivo per andare a vedere "Joy", nei cinema dal 28 gennaio, e non vi basta la regia ottima, il cast stellare e la storia coinvolgente, almeno andateci perchè così se malauguratamente J. Law si ritrovasse con la statuetta in mano, voi sapreste il perchè.
martedì 5 gennaio 2016
Una lettera d'amore
Ti ricordi quando, aspettando lui che non arrivava, ti imploravi di ricordare tutto il dolore?
Avvicinati troppo, riduci la distanza di sicurezza: non c'è male che potresti farti che riuscirebbe a cambiarti. Tieniti stretto il tuo cuore bianco, perchè riflette la tua luce sulle vite degli altri.
Lo sentivi nelle ossa, nelle vene, nelle vertebre e nella pancia, ma lo sentivi soprattutto nel cuore.
Quel cuore che hanno calpestato, spezzato, deriso e abusato, ma che è rimasto immacolato. Perchè un cuore cosí non ce la fa a sporcarsi davvero.
Quante volte l'hai dipinto di rosso sperando di scoraggiare il prossimo dall'avvicinarsi? Eppure la vernice si scrosta, il colore sbiadisce e risalta sempre il bianco di fondo.
Quando hai un cuore bianco, non c'è abbastanza male nel mondo per cambiarlo.
Lo so che vorresti spiegargli quello che hai sentito: che la tua pancia non brontola mai e che era bello voler far felice qualcun'altro per una volta. Che non succedeva da anni e quando le cose sono cosí rare acquistano un peso specifico importante.
Lo so che vi avevi già visti felici e complici, tu e la tua fervida immaginazione. Lo so che adesso ti sembra che tutto quel bene, se non va a lui, andrà sprecato. Lo so che è un peccato.
Quante cose ti rimproveri? Già ti sento.
"Mi sono esposta troppo."
"Ingenua come al solito."
"Avrei dovuto dar retta a tutti gli altri."
Ma non hai sbagliato.
Come puoi rimproverare a chiunque di aver fatto qualcosa, qualsiasi cosa, con il 130% della convinzione e della speranza umanamente possibile?
Non perdere lo slancio, la voglia di metterci tutto. È quello che la gente ti invidia, tutti quelli di "chi si accontenta gode".
Non ascoltarli mai.
Perditi nelle cose. Corri ogni rischio, se anche ce una sola possibilità che ne valga la pena.
Se la pancia parla, ascoltala. Buttati di nuovo. Ignora tutti i consigli. Credici finchè l'impossibilità dell'impresa non è nitida e inequivocabile, nero su bianco.
Spera finchè non capisci che è persa, e poi piangi. Stai male, struggiti, disperati.
Ogni cosa che ha coinvolto il tuo spirito merita tutte le lacrime che hai, quando sfuma. Maledici te stessa e il tuo cuore bianco, prova a costruire una corazza e poi, se lo senti, buttala giú appena senti il cuore battere di nuovo.
Perdonali. Perdona te stessa, poi credici di nuovo.
Ti maledirai ogni volta, fino alla volta buona.
Quella in cui lui si redime e vissero per sempre felici e contenti. Quella in cui trovi qualcuno a cui dare l'universo che sai dare... La volta buona.
Perchè alla fine vanno tutte male, finchè una non va bene. È solo allora che ti rendi conto che, in fondo, ne bastava una sola. Una volta buona.
Ogni volta cattiva ti porta un tentativo piú vicina alla volta buona. Continua a credere.
Non giustificare chi ti fa male, non immedesimarti e non fabbricare scuse: perdonali e basta. Quello che per te è uno sbaglio potrebbe essere la loro volta buona.
Concediti di fare il tifo per loro, nella loro ricerca della felicità. Male che vada, è buon karma.
Peró lascia andare la rabbia e la delusione, sarebbero zavorre inutili e tu hai ancora una lunga strada da fare.
Viaggia leggera.
Cambia rotta, poi torna sui tuoi passi. Contraddiciti, metti in discussione la tua opinione, ma mai il tuo cuore. Lui è bianco e non si sbaglia mai.
Tutto il resto è soggetto a cambiamenti costanti, non combatterli.
Prenditi le tue soddisfazioni.
Prenditi i tuoi spazi.
Prenditi le tue libertà.
E se vuoi altro, prenditi il privilegio di chiederlo.
Sei meravigliosa nella tua trasparenza, prego che nessuno riesca mai ad usarla contro di te. Quando, oltre le increspature di un mare in tempesta, qualcuno riesce a vedere la totalità con cui ami, non ti si lascia piú andare.
Ma adesso piangi, ascolta il dolore della speranza che si dilegua. Poi scordalo in fretta, e ricomincia.
mercoledì 14 ottobre 2015
Luna Park
Da dove viene
il coraggio? Da dove parte, nel cervello, quello stimolo che ci spinge a fare
qualcosa, quel passo in più che fa paura, ma che forse, un domani, porta alla
felicità? O almeno alla non-infelicità?
Mi manca il
coraggio che mi costringe ad insistere di fronte al più piccolo dei
contrattempi. Il computer che è lontano. L’orologio che mi ricorda che tra meno
di sette ore devo essere in piedi di nuovo, e affrontare altre facce, altre discussioni.
La password che mi dimentico sempre. Tutto è una complicazione, tutto va bene
purchè mi costringa a non concretizzare il sospetto che di fronte a una pagina
bianca io sono impotente, vuota, inadeguata.
Forse mi
manca così tanto perché lo conosco, una volta quel coraggio c’era. Non
vanificava solo il tentativo dei contrattempi deboli, ma era la mia forza di
fronte a qualsiasi tipo di avversità. Il computer che non era neanche il mio. L’orologio
che mi ricordava che tra meno di tre ore avrei dovuto essere in piedi di nuovo,
e affrontare altre facce, altre discussioni. La password che non ne voleva
sapere di funzionare.
Mi manca il
coraggio di sapere se è questa o no la mia dimensione: quella che mi porta di
fronte a una pagina bianca, armata solo di qualche idea e di un briciolo di
coraggio. E’ questo che voglio fare, confrontarmi ogni giorno con i miei
sospetti e le mie paure? E’ la paura di uscirne sconfitta che mi impedisce di
provare a provare?
L’unica cosa
che si frappone tra me e quello che voglio fare sono io. Sono la motivazione e
il deterrente insieme, e da tanto tempo il deterrente è troppo convincente. E’ perché
non lo penso che non lo scrivo, o devo scriverlo per poterlo pensare?
Una persona
più saggia di me una volta mi ha detto, in un modo che ai tempi avevo trovato
brusco ma che forse, col senno di poi, lo era troppo poco, che dovevo scegliere
un obiettivo, perché una persona, senza mira, si perde.
Ai tempi mi
aveva fatto paura. Mi aveva ricordato una frase che ha detto una volta un’altra
persona più saggia di me: “I’m intimidated by the fear of being average”. Però
io, ai tempi, avevo soltanto un po’ di ansia lontana di essere nella media.
Ironia della sorte, qualsiasi cosa io abbia fatto da quel momento in poi non ha
fatto altro che confermare quella paura astratta finchè non è diventata un
orrore quotidiano e paralizzante.
Adesso so che
l’unica cosa che mi renderebbe diversa dalla media sarebbe fare qualcosa,
eppure non sto facendo niente.
Sto dando
consapevolmente a me stessa la possibilità di fare quello che non permetterei a
nessun altro di farmi: fermarmi. Impedirmi di essere quello che vorrei, di fare
quello che vorrei e di essere felice.
Sono
intrappolata nel bosco in cui mi sono persa. Sono il coniglio che ha seguito il
Bianconiglio nel bosco e poi non ha avuto il coraggio di entrare nel Paese
delle Meraviglie. E sono anche il lupo che segue il coniglio in silenzio, e non
lo perde mai d’occhio aspettando il momento giusto per attaccare e mangiarselo.
La parte
peggiore è che il bosco è magico: è un posto bello, verde e pieno di sole in
cui vivono tanti conigli e si sta, tutto sommato, abbastanza bene, ma un attimo
dopo è improvvisamente diventato una foresta buia e insidiosa, gli occhi del
lupo brillano nell’oscurità e quanto vorrei aver seguito il Bianconiglio, perché
ovunque sarebbe meglio di questo maledetto bosco.
E poi eccola:
la tana, la via di fuga, la salvezza. La porta che mi porterebbe alla luce.
Però dovrei entrare nel Paese delle Meraviglie, e io non lo so cosa succede nel
Paese delle Meraviglie. Potrei perdermi di nuovo, avere più paura di quanta ne
ho adesso. Potrei non farcela ad arrivare dall’altra parte. Potrei inciampare
al primo ostacolo e rimpiangere di non essere rimasta nel bosco, perché quando
non era buio, in fondo, il bosco non era poi tanto male.
Gli occhi del
lupo mi osservano mentre scelgo ogni volta di rimanere nel bosco, e si
avvicinano ogni giorno. A volte, se lo guardo bene, mi sembra che il lupo mi stia
implorando di saltare nella tana del Bianconiglio. Il suo sguardo inquisitorio
fa il tifo per me, perché il lupo preferirebbe che io mi perda nel Paese delle
Meraviglie, con la speranza di vedere un giorno la luce, altrimenti il lupo
dovrebbe mangiarmi.
Il lupo non
vuole mangiarmi ma io preferisco comunque aspettare che sia costretto a farlo,
invece di saltare e avere una possibilità di salvarmi.
Se non lo
faccio a cosa sono servite le ore passate di fronte a uno schermo nel cuore
della notte? Perché tutte quelle occasioni buttate per fare solo questo? Perché
le esperienze, perché le emozioni, perché la voglia di raccontarle? Che senso
ha avuto tutto, se non lo scrivo?
Che senso ho
io, se non scrivo?
Questo è
quello che voglio ricordare, quando il computer è lontano, l’orologio mi
ricorda l’orario improponibile e la password non vuole funzionare. Il brivido
della passione che diventa qualcosa di innegabile, che mi guarda nero su
bianco. La consapevolezza che la paura non è altro che un cagnolone dagli occhi
buoni che mi guarda spronandomi a salvarmi. La curiosità per il Paese delle
Meraviglie, che forse è pericoloso ma forse, perché no, è un luna park. La
certezza che un solo secondo vissuto dall’altra parte è meglio di un anno da
coniglio, perché il bosco non è poi così male, ma “non è poi così male” non è
quello che voglio. Io ero venuta per il luna park.
lunedì 6 luglio 2015
"Vada come vada..."
Io non ci penso mai a come sarebbe potuta andare.
Dicono sia deleterio, dicono che "ma" e "se" erano due fessi che giravano per il mondo, e che comunque non lo saprai mai cosa avrebbe potuto essere e e chiedertelo non fa che farti stare male. Dicono che non si debba fare, e forse hanno ragione.
Poi succede qualcosa: un incontro fortuito in una piazza sconosciuta del centro di Roma, un vecchio hard disk che sembra essere il vaso di Pandora, una foto storta appesa al muro, una lettera scritta e mai consegnata.
Allora ci penso, a come sarebbe potuta andare. Penso che di certe cose ci facciamo una ragione, di altre no.
Mi chiedo dove vada a finire tutto il bene, quando poi non ce lo si scambia più.
Il cervello umano è incredibile: tiene tutto, non butta mai via niente, soltanto lo nasconde dove tu non puoi arrivarci, in qualche dimenticatoio inaccessibile che forse esiste per proteggerti. Come mia madre.
Poi basta un niente ed eccolo: ti ricordi tutto. La chiave che apre il dimenticatoio è sempre qualcosa di banale, una canzone, un odore, due o tre parole messe bene in fila. Ti chiedi come avevi fatto a dimenticare.
A sedici anni mi sembrava tutto indimenticabile. Ogni secondo, ogni serata, ogni parola detta da un amico. Vivevo tranquilla, certa che avrei ricordato tutto per sempre.
Il rumore dei motorini e delle moto, e sapere sempre chi stesse arrivando prima che girasse la curva. I soprannomi incomprensibili e quelli scontati. Li litigate infinite con i miei, perchè io scalpitavo per tutto e loro non mi vedevano pronta... e avevano ragione. Il telefono che squilla a tutte le ore, chissà quante cose avevamo da dirci, ora sembra assurdo parlare con una persona per sei ore ed attaccare solo perchè "ci vediamo tra dieci minuti".
La spontaneità delle emozioni, dirsi "ti voglio bene" senza pensarci due volte. Fare tutto, tutto, tutto, solo perchè fa stare bene qualcun altro. Non dire mai "che palle" o "non mi va", non farsi problemi inutili sul "chi esce?" perchè qualcuno c'era sempre e vogliamo bene a tutti. Le sorprese, i regali, venti chilometri per un abbraccio. Ora mi chiedo se sarei capace a volere così bene a qualcuno, a lasciare che qualcuno voglia così bene a me, senza vederci alcuna malizia, nessun secondo fine.
Quando poi i rapporti si deteriorano, quando le persone si allontanano, dove va a finire tutto il bene?
Per fortuna questo è il 2015 e ci sono mille modi per sapere una persona come sta, che sta facendo, in quale parte del mondo vive. Ci sono persone che non sento da anni eppure mi sembra di aver appena finito di parlarci su una chat di msn. Nel frattempo sono cresciuti, si sono laureati, sono emigrati, hanno fatto viaggi, avuto relazioni, cambiato case, hanno vinto e perso, hanno sofferto.
Vedo le foto e penso che quei ragazzini sono diventati uomini... anche se a me sono sempre sembrati uomini.
Siamo così vicini, eppure così lontani. Troppo lontani per trovare il coraggio di scrivere "ciao, come stai" oppure "oggi ti pensavo, ho un pupazzo gigante in camera che mi impedisce di scordarmi di te". O ancora "ti ricordi di quel giorno che siamo andati al lago", "non riesco a sentire questa canzone senza pensarvi", e la più gettonata "ciao, mi manchi... tu ci pensi mai?".
Quanto è difficile tendere una mano, quando non hai la certezza assoluta che qualcuno dall'altra parte la afferrerà. Quanto abbiamo paura di farci male, quanto ci spaventano quei lividi sull'orgoglio. Io mi piacevo molto di più quando dicevo la prima cosa che mi passava per la testa, non ero avida di dimostrazioni d'affetto e mi sarei fatta sparare per un amico.
Dove è andato finire tutto questo bene?
Dicono che, quando qualcosa finisce, sia più facile elaborare la perdita se si ha qualcuno a cui dare la colpa.
Ci abbiamo provato per anni: abbiamo tirato su un polverone e abbiamo addossato tutte le colpe addosso a qualcuno forse soltanto perchè non sapevamo a chi altro darle. Era più facile mettere una la foto di qualcun altro al centro del bersaglio, che la nostra.
Perchè poi ci pensi, ci ripensi, continui a ripensarci e arrivi alla conclusione che in fondo potresti incolpare tutti, ma dovresti incolpare te stessa.
Siamo state noi, abbiamo mollato troppo presto. Non abbiamo insistito abbastanza, non l'abbiamo gestita bene. Eravamo arrabbiate, eravamo ferite ed avevamo paura, ma è colpa nostra, dovevamo tenere duro.
Questo è quello che cambierei, se potessi tornare indietro.
Adesso è più difficile, non dipende più soltanto da noi, le persone cambiano. Forse quel bene che noi continuiamo a sentire, dall'altra parte non c'è più. Forse si è trasformato in un "tante belle cose" scritto su un biglietto di auguri e poi lasciato lì.
Però questo è quello che vorrei ancora cambiare, perchè ancora si può. A me, eterna ottimista, non spaventano un paio di porte in faccia e un orgoglio un po' ammaccato... Mi spaventa molto di più avere qualcosa da dire, avere ancora un po' di bene da dare, e non poterlo fare più. Perchè la vita cambia, la gente se ne va, a volte in posti dove non possiamo andarcela a riprendere, e quella secondo me è l'unica vera fine.
E noi si era detto "vada come vada, tutti insieme fino alla fine".
Dicono sia deleterio, dicono che "ma" e "se" erano due fessi che giravano per il mondo, e che comunque non lo saprai mai cosa avrebbe potuto essere e e chiedertelo non fa che farti stare male. Dicono che non si debba fare, e forse hanno ragione.
Poi succede qualcosa: un incontro fortuito in una piazza sconosciuta del centro di Roma, un vecchio hard disk che sembra essere il vaso di Pandora, una foto storta appesa al muro, una lettera scritta e mai consegnata.
Allora ci penso, a come sarebbe potuta andare. Penso che di certe cose ci facciamo una ragione, di altre no.
Mi chiedo dove vada a finire tutto il bene, quando poi non ce lo si scambia più.
Il cervello umano è incredibile: tiene tutto, non butta mai via niente, soltanto lo nasconde dove tu non puoi arrivarci, in qualche dimenticatoio inaccessibile che forse esiste per proteggerti. Come mia madre.
Poi basta un niente ed eccolo: ti ricordi tutto. La chiave che apre il dimenticatoio è sempre qualcosa di banale, una canzone, un odore, due o tre parole messe bene in fila. Ti chiedi come avevi fatto a dimenticare.
A sedici anni mi sembrava tutto indimenticabile. Ogni secondo, ogni serata, ogni parola detta da un amico. Vivevo tranquilla, certa che avrei ricordato tutto per sempre.
Il rumore dei motorini e delle moto, e sapere sempre chi stesse arrivando prima che girasse la curva. I soprannomi incomprensibili e quelli scontati. Li litigate infinite con i miei, perchè io scalpitavo per tutto e loro non mi vedevano pronta... e avevano ragione. Il telefono che squilla a tutte le ore, chissà quante cose avevamo da dirci, ora sembra assurdo parlare con una persona per sei ore ed attaccare solo perchè "ci vediamo tra dieci minuti".
La spontaneità delle emozioni, dirsi "ti voglio bene" senza pensarci due volte. Fare tutto, tutto, tutto, solo perchè fa stare bene qualcun altro. Non dire mai "che palle" o "non mi va", non farsi problemi inutili sul "chi esce?" perchè qualcuno c'era sempre e vogliamo bene a tutti. Le sorprese, i regali, venti chilometri per un abbraccio. Ora mi chiedo se sarei capace a volere così bene a qualcuno, a lasciare che qualcuno voglia così bene a me, senza vederci alcuna malizia, nessun secondo fine.
Quando poi i rapporti si deteriorano, quando le persone si allontanano, dove va a finire tutto il bene?
Per fortuna questo è il 2015 e ci sono mille modi per sapere una persona come sta, che sta facendo, in quale parte del mondo vive. Ci sono persone che non sento da anni eppure mi sembra di aver appena finito di parlarci su una chat di msn. Nel frattempo sono cresciuti, si sono laureati, sono emigrati, hanno fatto viaggi, avuto relazioni, cambiato case, hanno vinto e perso, hanno sofferto.
Vedo le foto e penso che quei ragazzini sono diventati uomini... anche se a me sono sempre sembrati uomini.
Siamo così vicini, eppure così lontani. Troppo lontani per trovare il coraggio di scrivere "ciao, come stai" oppure "oggi ti pensavo, ho un pupazzo gigante in camera che mi impedisce di scordarmi di te". O ancora "ti ricordi di quel giorno che siamo andati al lago", "non riesco a sentire questa canzone senza pensarvi", e la più gettonata "ciao, mi manchi... tu ci pensi mai?".
Quanto è difficile tendere una mano, quando non hai la certezza assoluta che qualcuno dall'altra parte la afferrerà. Quanto abbiamo paura di farci male, quanto ci spaventano quei lividi sull'orgoglio. Io mi piacevo molto di più quando dicevo la prima cosa che mi passava per la testa, non ero avida di dimostrazioni d'affetto e mi sarei fatta sparare per un amico.
Dove è andato finire tutto questo bene?
Dicono che, quando qualcosa finisce, sia più facile elaborare la perdita se si ha qualcuno a cui dare la colpa.
Ci abbiamo provato per anni: abbiamo tirato su un polverone e abbiamo addossato tutte le colpe addosso a qualcuno forse soltanto perchè non sapevamo a chi altro darle. Era più facile mettere una la foto di qualcun altro al centro del bersaglio, che la nostra.
Perchè poi ci pensi, ci ripensi, continui a ripensarci e arrivi alla conclusione che in fondo potresti incolpare tutti, ma dovresti incolpare te stessa.
Siamo state noi, abbiamo mollato troppo presto. Non abbiamo insistito abbastanza, non l'abbiamo gestita bene. Eravamo arrabbiate, eravamo ferite ed avevamo paura, ma è colpa nostra, dovevamo tenere duro.
Questo è quello che cambierei, se potessi tornare indietro.
Adesso è più difficile, non dipende più soltanto da noi, le persone cambiano. Forse quel bene che noi continuiamo a sentire, dall'altra parte non c'è più. Forse si è trasformato in un "tante belle cose" scritto su un biglietto di auguri e poi lasciato lì.
Però questo è quello che vorrei ancora cambiare, perchè ancora si può. A me, eterna ottimista, non spaventano un paio di porte in faccia e un orgoglio un po' ammaccato... Mi spaventa molto di più avere qualcosa da dire, avere ancora un po' di bene da dare, e non poterlo fare più. Perchè la vita cambia, la gente se ne va, a volte in posti dove non possiamo andarcela a riprendere, e quella secondo me è l'unica vera fine.
E noi si era detto "vada come vada, tutti insieme fino alla fine".
venerdì 22 maggio 2015
La lista dei rimpianti
E' passato più di un mese da quando sono tornata a casa, e io praticamente solo stamattina mi sono ricordata dell'esistenza di questo blog. Allora è vero che lo usavo come mezzo per far arrivare notizie in Italia, allora è vero che mi ci sfogavo e basta.
Ho fatto un po' di soul searching negli ultimi trenta (leggi: trecento) giorni. Mi sono chiesta perchè faccio tante cose che faccio, perchè è così difficile creare nuove abitudini e così facile ricadere in quelle vecchie, perchè scrivo e soprattutto perchè non scrivo.
Una delle pochissime conclusioni a cui sono arrivata è stata che uno dei motivi per cui ho smesso di scrivere è che da qualche tempo scrivevo quello che pensavo la gente volesse leggere. Strano, perchè tutti i grandi scrittori consigliano di scrivere per noi stessi, di scrivere quello che vogliamo leggere.
Ho scritto così per anni e non l'ho mai fatto leggere a nessuno, perchè era per me: era quello che io volevo leggere, e chi lo sa poi gli altri che capiscono. Vallo a capire, poi, come le interpreta, la gente, le cose che scrivi.
Quindi è successo che volevo farmi leggere da qualcuno, confrontarmi un po' con i miei demoni, e l'unico modo per farlo era scrivere qualcosa che potessi orgogliosamente mostrare a tutti.
Ho fallito miseramente. Invece che scrivere un capolavoro, ho smesso del tutto.
Quindi ora basta, scrivo perchè mi va e chi vuole leggere, legga.
Una delle cose più belle di abitare di nuovo qui è la possibilità di uscire di casa e incontrare subito qualcuno con cui puoi essere te stesso al cento percento.
Durante una delle bellissime, onestissime conversazioni che ho avuto il piacere di fare nell'ultimo mese, riflettevamo sul fatto che, stando a Facebook, un anno fa non è più lontano di un paio di giri della rotella del mouse. Il fantastico Diario di Facebook ci ha regalato la stuzzicante possibilità di tornare indietro nel tempo quando vogliamo, e questo ci impedisce di dimenticare quanto eravamo stupidi. Bimbiminkia. Innamorati. Egocentrici. Ingenui.
Un anno fa è così lontano, ora, che sembra una vita. Altro che un paio di giri della rotella del mouse.
Non voglio stare qua a fare uno di quei pipponi infiniti che iniziano con "se potessi tornare indietro" e finiscono con "avrei fatto tutto diversamente ma non ho rimpianti". Perchè sono cazzate. I rimpianti ce li ho. Vanno da "quella volta che ho fatto una battutaccia che ha messo tutti a disagio", a "quella sera in cui ho esagerato e se ci penso ho ancora voglia di nascondermi sotto a una mattonella".
Quello che mi spaventa è che tra un anno c'è un'altissima probabilità che tra la lista dei miei rimpianti spunti fuori la voce "non ho neanche provato a fare il lavoro che pensavo di voler fare", e quello sarebbe una tragedia.
Va bene che i rimpianti ce li abbiamo tutti, ma un rimpianto così è abbastanza grande da aggrovigliarmisi sul cuore e rimanere lì, come un macigno, finchè non divento una vecchia cinica consumata dall'invidia per chi, a differenza di me, ancora può.
"Obiettivo" è una di quelle parole con cui sto facendo il gioco dell'odi et amo da un po'. Un giorno voglio comprarmi una vision board e metterci una foto dello skyline di Manhattan, il giorno dopo se la sento scoppio in un pianto isterico. Bipolarismo portami via.
Lentamente, ci sto facendo pace.
La chiave sta nel guardare la breve distanza, non l'orizzonte. Nel senso: l'obiettivo per i prossimi sei mesi è non aggiungere troppe cose alla lista dei rimpianti. Odiarmi un po' di meno tutti i giorni. Guardarmi allo specchio e dirmi "visto che ci sei riuscita a non autosabotarti?".
E' questo quello che intendono, quando dicono "crescere"?
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