Ci sono due luoghi in cui, e questa è un'opinione condivisa dalla maggioranza della popolazione, si prendono comunemente le decisioni importanti o si fanno grosse scoperte: il letto e il bagno.
Io e il mio letto abbiamo un lungo storico in questo senso, le mie migliori e peggiori decisioni sono state prese lì, esattamente in quel limbo bellissimo e sognante in cui ci si ferma per un po' prima di addormentarsi. Con il bagno in realtà non ho mai avuto un gran rapporto, non è il genere di luogo in cui mi fermo a pensare, figurarsi che non sono neanche il tipo che canta sotto la doccia.
Faccio tutto in silenzio, sia fuori che dentro: neanche il mio cervello è molto attivo in bagno.
Oggi però, mentre facevo la doccia, mi è venuta in mente una storia.
Chi mi conosce sa che per ora nella vita ho avuto tante passioni, tanti amori e tante infatuazioni, ma ce n'è una in particolare che non mi ha abbandonata mai, la mia "fissa perenne", che è rimasta anche quando fidanzati, amiche e scuole passavano l'una dopo l'altra. Questo amore è così radicato in me che ormai è parte integrante del mio essere, e non mi ero mai fermata a pensare a quando è sbocciato.
Dicevo, oggi sotto la doccia mi è venuta in mente una storia, precisamente una storia d'amore: la mia storia d'amore con l'inglese.
Riflettevo sul fatto che dal mio ritorno dagli Stati Uniti sono passati ormai ben cinque anni (cinque. c-i-n-q-u-e. CINQUE ANNI!) ed io penso, scrivo e soprattutto sogno in inglese. Sempre. Ogni tanto devo fermarmi mentre parlo perchè la parola che voglio dire è in inglese e non sono sicura di come tradurla mantenendo il senso di quello che voglio far capire, ogni tanto la dico in inglese e spero che il mio interlocutore capisca.
Anche prima di partire per l'anno all'estero facevo tutto quello che mi era possibile fare in inglese: guardare film e serie tv, leggere libri, parlare con la gente. Sono sempre stata così: pazza per l'inglese.
Però prima delle serie tv in inglese, prima del mio anno in Oregon, prima delle canzoni di Eminem imparate a memoria, c'è una storia:
la storia di una bambina di 11 anni di fronte al mare.
C'era una volta una bellissima spiaggia da qualche parte nel nord del Belgio, e c'era un'undicenne con la testa perennemente tra le nuvole che era andata in vacanza in Belgio con i suoi genitori e si era fermata, alle nove di sera, su una spiaggia deserta, perchè le avevano promesso che dall'altra parte del mare si sarebbe intravisto qualcosa.
Allora io, quell'undicenne, sono corsa come una pazza sulla spiaggia. Era dicembre, facevano meno cinque gradi e tirava un vento talmente freddo che avevo perfino i denti gelati. Era buio pesto e in spiaggia non c'era nessuno, ma andavo tranquilla perchè mamma e papà mi guardavano da qualche metro di distanza, vicino alla macchina.
Ho fissato l'orizzonte con talmente tanta intensità che hanno iniziato a lacrimarmi gli occhi. Forse, adesso che ci penso, mi lacrimavano per il freddo. Comunque, dall'altra parte non si vedeva niente, solo mare nero e piatto che si confondeva con un cielo nero e senza stelle. Sono rimasta lì per cinque minuti, continuando a guardare.
Poi l'ho visto.
Non so se ci sia stata una folata di vento che ha mandato via la foschia, o se i miei occhi si erano abituati all'oscurità e finalmente hanno individuato qualcosa, però c'era: vedevo le luci, vedevo la costa in lontananza. L'Inghilterra era lì di fronte, dall'altra parte del mare.
E già a undici anni io volevo spogliarmi, entrare in acqua ed iniziare a nuotare. Volevo andare, andare lì, dove si parlava inglese, perchè per me quella era la terra promessa (o come ho pensato guardandola: the promise land).
Sono passati altri undici anni da quel giorno, ormai ho il doppio dell'età che aveva quella bambina che guardava le luci dall'altra parte del mare. Quella bambina - e lo dico provando un moto d'orgoglio - continua a sussurrarmi i suoi sogni ogni giorno, tra tutti quello che vuole andare lì, proprio lì, dove vedeva le luci: to the promise land.
Nel frattempo ho realizzato il mio sogno americano, ho perfezionato la lingua, ho (quasi) preso una laurea.
Ma sono sempre rimasta un po' quell'undicenne che guarda dall'altra parte del mare.
"Se non riesci a disfarti dello scheletro nel tuo armadio, tanto vale insegnargli a ballare." - G. B. Shaw
mercoledì 29 gennaio 2014
mercoledì 11 dicembre 2013
Informazioni superflue
Stavo pensando... quante delle cose che diciamo al giorno sono completamente inutili? Quante sono cose che non ci ha chiesto nessuno, e che nessuno probabilmente sente il bisogno di sapere? Quante cose diciamo, quotidianamente, che restano qualche secondo nell'aria e poi si diradano senza che nessuno le respiri?
Per quanto riguarda me, almeno un buon cinquanta percento di quello che esce dalla mia bocca è completamente superfluo.
Però poi ci penso e capisco che forse le cose che diciamo gratuitamente sono le uniche che valgano qualcosa. Conoscerei molto meno le persone che mi stanno intorno se evitassero di dire, ogni tanto, la prima cosa che gli passa per la testa.
Non saprei che il mio migliore amico sogna una vita in una località di mare, o che mia cognata da neonata aveva i capelli ricci, o che mia madre ha sempre voluto rileggere "Via Col Vento" ma non può perchè l'ha prestato a qualcuno che non l'ha mai restituita. Ecco, se mia madre non me l'avesse confessato sovrappensiero io non avrei saputo cosa regalarle per Natale!
Tutte le informazioni importanti, paradossalmente, ci arrivano inaspettatamente.
Vale molto di più un "che giornata di merda" sussurrato senza pensarci che un semplice "bene" alla domanda "come stai?". Questa è una legge non scritta della comunicazione.
Forse è per questo che parlo così tanto quando nessuno mi ha fatto domande, forse è per questo che ho la bruttissima abitudine di blaterare e dire la prima cosa che mi passa per la testa: sto cercando di far fuoriuscire informazioni. Alcune completamente inutili ("oggi ho passato due ore su buzzfeed.com") e altre un po' più concrete ("questo paese comincia veramente a starmi stretto"), tutte fanno a botte per uscire dalla mia bocca, spesso nel momento sbagliato e di fronte a degli interlocutori che non captano i messaggi subliminali.
Devo ripropormi di ascoltare più attentamente, di leggere tra le righe del fumetto che si forma sopra la testa della gente mentre parla.
Se lo avessi fatto prima ora forse avrei qualche idea in più per i regali di Natale.
Per quanto riguarda me, almeno un buon cinquanta percento di quello che esce dalla mia bocca è completamente superfluo.
Però poi ci penso e capisco che forse le cose che diciamo gratuitamente sono le uniche che valgano qualcosa. Conoscerei molto meno le persone che mi stanno intorno se evitassero di dire, ogni tanto, la prima cosa che gli passa per la testa.
Non saprei che il mio migliore amico sogna una vita in una località di mare, o che mia cognata da neonata aveva i capelli ricci, o che mia madre ha sempre voluto rileggere "Via Col Vento" ma non può perchè l'ha prestato a qualcuno che non l'ha mai restituita. Ecco, se mia madre non me l'avesse confessato sovrappensiero io non avrei saputo cosa regalarle per Natale!
Tutte le informazioni importanti, paradossalmente, ci arrivano inaspettatamente.
Vale molto di più un "che giornata di merda" sussurrato senza pensarci che un semplice "bene" alla domanda "come stai?". Questa è una legge non scritta della comunicazione.
Forse è per questo che parlo così tanto quando nessuno mi ha fatto domande, forse è per questo che ho la bruttissima abitudine di blaterare e dire la prima cosa che mi passa per la testa: sto cercando di far fuoriuscire informazioni. Alcune completamente inutili ("oggi ho passato due ore su buzzfeed.com") e altre un po' più concrete ("questo paese comincia veramente a starmi stretto"), tutte fanno a botte per uscire dalla mia bocca, spesso nel momento sbagliato e di fronte a degli interlocutori che non captano i messaggi subliminali.
Devo ripropormi di ascoltare più attentamente, di leggere tra le righe del fumetto che si forma sopra la testa della gente mentre parla.
Se lo avessi fatto prima ora forse avrei qualche idea in più per i regali di Natale.
martedì 29 ottobre 2013
Qualcosa
Avevo nove anni quando ho deciso che sarei andata negli Stati Uniti per un anno.
Ne avevo quasi diciassette quando sono partita.
Tra la decisione e il fatto compiuto sono passati la bellezza di sei lunghi, lunghissimi anni, in cui sono cresciuta, ho cambiato molte scuole e molti amici, in cui sono successe tantissime cose. Sei anni pieni di vita, eppure sei anni in cui ogni giorno aveva qualcosa in comune con quello precedente e quello successivo: per tutto quel tempo quando veniva il momento di andare a dormire io chiudevo gli occhi e sognavo come sarebbe stata la mia vita negli Stati Uniti.
Era quel qualcosa che ognuno di noi ha: quell'immagine, quel desiderio, quel sogno che ci fa fantasticare prima di addormentarci e che ci permette di svegliarci un po' più pronti ad affrontare un altro giorno, perchè siamo un po' più vicini al nostro sogno. Sognare l'America era il mio qualcosa, lo è stato per tanti anni.
Quando finalmente la mia avventura iniziò, quel bellissimo 14 agosto 2008, il qualcosa fu una delle pochissime cose che portai con me oltreoceano. Durante quell'anno all'estero sognavo come sarebbe stato tornare a casa: rivedere la mia famiglia, dormire di nuovo nel mio letto, mettere in pratica tutto quello che avevo imparato.
Dopo lo stress di un viaggio lungo quasi 48 ore, le lacrime per aver dovuto lasciare la mia famiglia americana ed i miei nuovi amici e l'emozione nel rivedere quelli vecchi e i volti sorridenti dei miei genitori, l'11 giugno del 2009 sono tornata a casa. Ho mangiato un bel piatto di pasta, passato del tempo con le persone care e disfatto la valigia. Quando il fuso orario me lo ha permesso sono andata a letto.
La sensazione di smarrimento ha fatto scattare un campanello d'allarme nella mia testa, ho spalancato gli occhi e ho capito immediatamente: quel qualcosa non c'era più.
Avevo realizzato il mio grande sogno, ero andata ed ero tornata indietro, ed era stato meraviglioso, ma come ogni cosa meravigliosa mi era costata cara: mi era costata il mio qualcosa.
Improvvisamente non avevo più un progetto, niente che mi spronasse a lavorare di più, niente che mi motivasse ad andare avanti. Mi sentivo come un cucciolo abbandonato al lato della strada, senza sapere da che parte andare. Non avevo più uno scopo.
Da quando sono tornata dall'America il mio approccio al sonno è cambiato, forse anche a causa dell'assenza di quel qualcosa. Vado a letto soltanto se sono stanca, mi addormento sempre più spesso sul divano, cerco di non dormire da sola. Sentire il vuoto dentro prima che sopraggiunga il sonno mi terrorizza.
Poi l'altro giorno ho messo via il cellulare, chiuso il libro e spento la luce. Mentre, stanca, ero proprio ad un passo dal cadere nelle braccia di Morfeo, un'idea audace ed inaspettata si è infilata nella mia testa. All'inizio era solo un sussurro spezzato dalla paura, poi è cresciuto fino a diventare sicuro, come un urlo, come una scritta su un muro, come una scelta.
Quando andiamo a dormire abbiamo tutti bisogno di ricordarci di un buon motivo per svegliarci il giorno dopo. A tutti noi serve quel qualcosa per il quale vivere, respirare, mangiare, lavorare, sudare e crescere.
Il mio è tornato forte come un tempo ed è, di nuovo, colorato di bianco, rosso e blu.
ph credits: societykilledtheinnocent.tumblr.com
lunedì 7 ottobre 2013
Guida all'autocompassione 1.0
Come ogni donna degna di questo nome, quando non so bene cosa fare faccio delle liste.
Siccome è un periodo di transizione in cui si alternano periodi di grande caos a periodi di calma piatta da sbattere la testa al muro per la noia, non ho ancora ben capito come mi sento.
So here we go.
Note positive:
Note negative:
Negativo batte positivo 5 a 4.
Quindi direi che se per qualche giorno decido di crogiolarmi nella dolce malinconia di essere una quasi-laureata/quasi-expat/molto terrorizzata, potrei uscirne rinvigorita e piena di energie per iniziare a fare progetti.
Anche perchè essendo donna e degna di questo nome, non ho mai - e dico mai - preso una decisione basata sull'esito di una lista.
Siccome è un periodo di transizione in cui si alternano periodi di grande caos a periodi di calma piatta da sbattere la testa al muro per la noia, non ho ancora ben capito come mi sento.
So here we go.
Note positive:
- Mi manca un solo esame alla laurea.
- Posso ricominciare a perdere tempo, e questa è una cosa bellissima! Non che prima non lo facessi, soltanto che sentivo sempre il morso dell'angoscia mentre facevo qualcosa di diverso dallo studio. Quindi in sintesi ora posso continuare a perdere tempo, però senza sentirmi in colpa.
- Il concerto dei Blue.
- Il concerto di Taylor Swift. Quando? Dove? Tutte incognite. Io ci sarò. Ho una tradizione da portare avanti.
Note negative:
- Quell'unico esame che mi manca alla laurea... è l'esame di latino.
- Dire che sono stressata e impaurita per la tesi è riduttivo.
- Dire che sono terrificata dai cambiamenti che ci saranno non appena mi sarò laureata è proprio l'eufemismo del secolo. Espatrio? Dove vado? E se poi non sono capace a fare un cazzo? ARGH.
- I biglietti per il concerto dei Blue non lo ho effettivamente ancora presi.
- Ah, e al concerto di Taylor Swift probabilmente ci vado da sola. Che gioia.
Negativo batte positivo 5 a 4.
Quindi direi che se per qualche giorno decido di crogiolarmi nella dolce malinconia di essere una quasi-laureata/quasi-expat/molto terrorizzata, potrei uscirne rinvigorita e piena di energie per iniziare a fare progetti.
Anche perchè essendo donna e degna di questo nome, non ho mai - e dico mai - preso una decisione basata sull'esito di una lista.
mercoledì 11 settembre 2013
Forza di volontà vs immensa pigrizia
Dicono che la forza di volontà sia uno di quei motori, insieme all'amore e al potere, che fa muovere questo mondo.
Dicono che riesca a far fare alla gente cose pazze, come per esempio trasferirsi lontanto da amici e famiglia, perdere 20 kg in due mesi, o smettere di fumare. Dicono che riesca a far fare alla gente cose che non credeva di poter fare.
Su internet ci sono siti che mostrano esercizi per allenare la nostra forza di volontà, ergo si parte dal presupposto che sia un qualcosa di già intrinseco in ognuno di noi. Quindi: tutti abbiamo forza di volontà, soltanto che i fortunati che riescono ad usarla a proprio piacimento sono davvero pochi.
C'è chi, per esempio, usa la propria forza di volontà per rimanere attaccato a cose nocive: un fidanzato che ci danneggia, una brutta abitudine, la procrastinazione. In quei casi la forza diventa improvvisamente fortissima, incontrollabile... irrazionale.
Wikipedia dice: "Per volontà si intende la capacità fattiva e intenzionale di una persona di determinare una o più azioni dirette a uno scopo preciso".
Le parole chiave sono "intenzionale" e "scopo preciso".
Il nostro cervello, però, non va sempre molto d'accordo con quella parte di noi che vuole raggiungere "intenzionalmente" quegli "scopi precisi". Anzi.
Spesso e volentieri è il nostro stesso cervello a creare e propinarci scuse irrazionali (ma che al momento ci sembrano completamente plausibili) per non sforzarsi ad andare d'accordo con la forza di volontà ed unirsi verso il raggiungimento del nostro "scopo preciso".
Ci induce a fare cose pazze, come per esempio pulire il cassetto dei calzini, lavare la biancheria a mano, fare il cambio di stagione ad agosto inoltrato. Cose che non avevi voglia di fare, prima di scoprire che raggiungere il tuo "scopo preciso" richiedeva una bella dose di lavoro.
Cose come scrivere questo post invece di studiare latino.
Eterna battaglia, quella tra il mio cervello pigro che procrastina e la mia forza di volontà assopita. Chi vincerà?
A domani l'ardua sentenza.
Dicono che riesca a far fare alla gente cose pazze, come per esempio trasferirsi lontanto da amici e famiglia, perdere 20 kg in due mesi, o smettere di fumare. Dicono che riesca a far fare alla gente cose che non credeva di poter fare.
Su internet ci sono siti che mostrano esercizi per allenare la nostra forza di volontà, ergo si parte dal presupposto che sia un qualcosa di già intrinseco in ognuno di noi. Quindi: tutti abbiamo forza di volontà, soltanto che i fortunati che riescono ad usarla a proprio piacimento sono davvero pochi.
C'è chi, per esempio, usa la propria forza di volontà per rimanere attaccato a cose nocive: un fidanzato che ci danneggia, una brutta abitudine, la procrastinazione. In quei casi la forza diventa improvvisamente fortissima, incontrollabile... irrazionale.
Wikipedia dice: "Per volontà si intende la capacità fattiva e intenzionale di una persona di determinare una o più azioni dirette a uno scopo preciso".
Le parole chiave sono "intenzionale" e "scopo preciso".
Il nostro cervello, però, non va sempre molto d'accordo con quella parte di noi che vuole raggiungere "intenzionalmente" quegli "scopi precisi". Anzi.
Spesso e volentieri è il nostro stesso cervello a creare e propinarci scuse irrazionali (ma che al momento ci sembrano completamente plausibili) per non sforzarsi ad andare d'accordo con la forza di volontà ed unirsi verso il raggiungimento del nostro "scopo preciso".
Ci induce a fare cose pazze, come per esempio pulire il cassetto dei calzini, lavare la biancheria a mano, fare il cambio di stagione ad agosto inoltrato. Cose che non avevi voglia di fare, prima di scoprire che raggiungere il tuo "scopo preciso" richiedeva una bella dose di lavoro.
Cose come scrivere questo post invece di studiare latino.
Eterna battaglia, quella tra il mio cervello pigro che procrastina e la mia forza di volontà assopita. Chi vincerà?
A domani l'ardua sentenza.
giovedì 29 agosto 2013
22 anni e sentirsene 12
Come mi è già capitato di scrivere, a 12 anni avevo 27 poster di Lee dei Blue appesi alle pareti della mia camera. V-E-N-T-I-S-E-T-T-E.
I Blue per me erano stati un fulmine a ciel sereno. Passavo la mia preadolescenza beata, tra Disney Channel e Cartoon Network, quando un giorno sono capitata casualmente su un canale televisivo che non avevo mai visto. Si chiamava MTV, e c'erano quattro ragazzi che ballavano su una canzoncina orecchiabile.
E' stato l'inizio della fine.
Per l'ora di cena sapevo i loro nomi, le date di nascita, lo stato sentimentale e la data d'uscita del loro album. Era "One Love".
Le mie amiche avevano fatto la stessa scoperta, più o meno nello stesso periodo. Inutile dire che si è creato una specie di "Blue Fan Club Morlupo" che ci ha tenute occupate per pomeriggi interi e ci ha fatte sognare ad occhi aperti per ogni notte.
Ora ho 22 anni, compiuti ieri.
Sulle pareti della mia cameretta ci sono un sacco di foto, qualche poster degli U2 e uno specchio. Tantissime cose sono cambiate: del "Blue Fan Club Morlupo" siamo rimaste in due, ma ancora amiche, ancora un po' dodicenni nell'anima.
Loro, i Blue, di album ne hanno sfornati altri tre, e si sono presi una pausa di ben otto anni.
Noi, però, non li abbiamo mai dimenticati.
Penso che farò fare due magliette con su scritto "Blue Fan Club Morlupo", e che le indosseremo al concerto.
Penso che per qualche ora tornerò ad avere dodici anni e a non vergognarmene minimamente.
Dopo 10 anni, finalmente andremo a vedere un concerto dei Blue.
I Blue per me erano stati un fulmine a ciel sereno. Passavo la mia preadolescenza beata, tra Disney Channel e Cartoon Network, quando un giorno sono capitata casualmente su un canale televisivo che non avevo mai visto. Si chiamava MTV, e c'erano quattro ragazzi che ballavano su una canzoncina orecchiabile.
E' stato l'inizio della fine.
Per l'ora di cena sapevo i loro nomi, le date di nascita, lo stato sentimentale e la data d'uscita del loro album. Era "One Love".
Le mie amiche avevano fatto la stessa scoperta, più o meno nello stesso periodo. Inutile dire che si è creato una specie di "Blue Fan Club Morlupo" che ci ha tenute occupate per pomeriggi interi e ci ha fatte sognare ad occhi aperti per ogni notte.
Ora ho 22 anni, compiuti ieri.
Sulle pareti della mia cameretta ci sono un sacco di foto, qualche poster degli U2 e uno specchio. Tantissime cose sono cambiate: del "Blue Fan Club Morlupo" siamo rimaste in due, ma ancora amiche, ancora un po' dodicenni nell'anima.
Loro, i Blue, di album ne hanno sfornati altri tre, e si sono presi una pausa di ben otto anni.
Noi, però, non li abbiamo mai dimenticati.
Penso che farò fare due magliette con su scritto "Blue Fan Club Morlupo", e che le indosseremo al concerto.
Penso che per qualche ora tornerò ad avere dodici anni e a non vergognarmene minimamente.
Dopo 10 anni, finalmente andremo a vedere un concerto dei Blue.
domenica 18 agosto 2013
"Guardare" è il nuovo "fare"
Dicono che per scrivere di tante, belle e varie cose tu debba fare tante, belle e varie cose.
Be', mi amareggia dirlo, ma purtroppo questo non è il mio caso. Non più almeno.
Non da quando sono tornata dagli Stati Uniti. Non è un caso che il mio blog fosse seguitissimo (non per vantarmi, ma è vero: Kingdom of Nowhere mi ha dato tante soddisfazioni) quando ero in Oregon: facevo nuove esperienze, ero sempre entusiasta e meravigliata da tutto, avevo un'energia e una carica davvero invidiabili. Ho provato a tenere Kingdom of Nowhere in vita quando sono tornata in Italia, ma non è durato molto. Evidentemente non c'erano più così tante nuove esperienze di cui scrivere.
Adesso sono ancora qui.
Ancora all'università (per poco, si spera!), ancora a casa con i miei genitori, esco ancora con i soliti vecchi e fidati amici, viaggio poco e sono diventata una persona pigrissima.
In compenso, cerco di dimenticare tutto questo divorando serie televisive e film. Tante serie televisive, e tanti film. Ad esempio: maggio è stato il mese di Una Mamma per Amica: l'ho visto tutto - e sono 9 serie (N-O-V-E.).
Ora sono alle prese con un classico della mia preadolescenza: The O.C.. Andava in onda mentre io andavo alle medie, ricordo i poster di Seth e Ryan sulle pareti della mia cameretta (quasi subito rimpiazzati da quelli di Lee Ryan dei Blue... sorry Seth!) e le infinite chiacchierate con le mie amiche su come Julie Cooper fosse una grande stronza e Marissa una povera alcolizzata. Ora le amiche con cui parlo sono sempre le stesse, e la qualità dei discorsi non è cambiata molto: abbiamo soltanto rimpiazzato The O.C. con l'università, i ragazzi reali, New Girl e, ahimé, gli One Direction (ancora, scusa Seth!).
Questa mia dipendenza da qualsiasi cosa che sia intrattenimento ha un milione di sfaccettature. Ieri notte l'ho passata a guardare puntate vecchie di The Ellen Show. La sera prima ho visto un film davvero ben fatto, "The Big Wedding", e subito dopo un film davvero poco comprensibile, "Spring Breakers" (ci tengo a precisare che il film no, non mi è piaciuto, ma applausi a non finire per quell'incredibile attore che è James Franco).
Stasera sono in vena di commedie, per la precisione commedie romantiche (lo ammetto: ho cercato "chick flicks 2013" su Google e tra la lista ho scelto). Ho messo la pizza surgelata nel forno e guarderò "Something Borrowed".
Arriverà un tempo in cui scriverò di tante, belle e varie cose, perchè avrò ricominciato a fare tante, belle e varie cose.
Per adesso, le guardo in tv.
Si accettano suggerimenti su serie tv e film da guardare!
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