venerdì 14 marzo 2014

Uomini Maschio vs Uomini Femmina

C'è un argomento in particolare che ultimamente sembra andare per la maggiore tra i miei amici, quello degli uomini maschi e uomini femmine.
Messa così sembra un po' una questione sessista e superficiale, ma inizio a credere che ci sia più di quello che sembra: se soltanto si pensa al fatto che la messa in commercio e la vendita di prodotti cosmetici destinati agli uomini è cresciuta del 45% negli ultimi 10 anni si capisce subito che qualcosa è irreversibilmente cambiato nel mondo.
Non voglio dire che "non ci sono più gli uomini di una volta" perchè non credo sia vero, ma sicuramente sono una razza in via di estinzione (e sopratutto, dove stanno? Ce li tengono nascosti?) e, andando nello specifico, cosa vuol dire "gli uomini di una volta"?

Nell'immaginario di un ragazzo il fantomatico "uomo di una volta" è quello che apre la portiera a una ragazza per farla salire in auto. E' quello che le presta la giacca se lei sente freddo, quello che vuole pagare la cena e non sente ragioni. Ma non sono soltanto cose positive. Tanta gente (leggi: uomini) pensa che con "uomo di una volta" si intenda l'esemplare di uomo di Neanderthal burbero e spesso puzzolente, che lavora 8 ore al giorno e poi torna a casa e si piazza sul divano a guardare la partita pretendendo un sandwich dalla sua addomesticata e frustrata moglie. Per dirla in termini pubblicitari, l'uomo che non deve chiedere mai.
Illusioni goliardiche a parte, raccogliendo qualche testimonianza ho scoperto che "l'uomo di una volta" è quell'esemplare rarissimo di Maschio (con la M maiuscola, alcune persone addirittura fortificherebbero il concetto dicendo Massshchio) che oggi prende il nome di Uomo Maschio.

Questo è quello che si dice Massshchio.


L'Uomo Maschio è quel genere di uomo che non si guarda più di una volta allo specchio prima di uscire di casa, in certi casa non si guarda per niente. Non sta venti minuti di fronte all'armadio per scegliere cosa mettersi e nei camerini di prova di H&M non chiede all'amico se "questi pantaloni gli fanno un bel culo". Sa cucinare, ma non è uno chef; falcia il prato e di solito sa anche aggiustare le cose dentro casa. E' il tipo di uomo che chiami se non riesci ad aprire il barattolo della marmellata. L'Uomo Maschio crede sia meglio fare il bagno in un calderone d'olio bollente che accompagnare la sua fidanzata a fare shopping, e sa a malapena cosa sia un centro estetico. Possiede un bagnoschiuma, uno shampo, un deodorante, un dopobarba, e poco altro. L'UM non ha mai paura di sporcarsi le mani e guarda gli Uomini Femmina con noncuranza e un velato disprezzo.

Sì, con quello sguardo lì. 


L'Uomo Femmina, d'altro canto, è un uomo che è rimasto vittima di un processo molto diffuso tra i maschi a partire dalla comparsa di David Beckham, la pussification: la regressione del loro organo sessuale fino alla sua trasformazione nella sua controparte femminile. Da non confondersi con gli uomini gay, gli Uomini Femmina sono eterosessuali, e metrosessuali. Sono quelli che a casa occupano l'intero mobile del bagno con i loro prodotti, che fanno sembrare quelli delle donne i trucchi che ti regalavano con Ragazza Moderna e Cioè. Hanno un appuntamento settimanale dall'estetista per fare sopracciglia, togliere eventuale peluria sul petto, e alcuni sulle gambe. Negli ultimi tempi l'accessorio più ambito per l'Uomo Femmina è la barba. Sempre maniacalmente curata e più lucida e soffice dei capelli di una donna appena uscita dal parrucchiere.

Esemplare tipico di Uomo Femmina che tenta invano di emulare l'Uomo Maschio


Il 90% delle ragazze e donne (intelligenti) che conosco dice che non uscirebbe mai, e dico mai, con un Uomo Femmina. A meno che l'UF non l'abbia invitata ad uscire sotto le sembianze di un Uomo Maschio: in quel caso la ragazza in questione fuggirebbe a gambe levate alla vista del primo segnale di pussification.
Eppure il 90% dei ragazzi e uomini là fuori è, almeno in parte, un Uomo Femmina. Che non è una cosa completamente negativa: gli UF sono ottimi amici, grandi compagni di avventure, spesso simpatici e ogni tanto anche attraenti... però non fanno sangue. Non quanto un Uomo Maschio, almeno. 
E non perchè "l'uomo ha da puzzà", perchè l'UM non puzza. E' perchè il testosterone è l'ormone dei miracoli e le donne, quando c'è, lo sentono sempre.



sabato 22 febbraio 2014

I'm too old for this shit - la lista Murtaugh

How I Met Your Mother è la mia serie tv preferita. Non di tutti i tempi (difficile battere Sex and the City), ma almeno è la mia serie tv preferita in onda. Purtroppo siamo ormai arrivati alla nona e ultima stagione, la fine non è lontana: quindi passo le giornate a guardare vecchie puntate di How I Met Your Mother nella speranza che mi distraggano dal fatto che presto non ci saranno più nuove puntate.




"Murtaugh" è uno dei miei episodi preferiti di HIMYM. Per farla breve: Ted rivela di avere una lista con su scritta tutta una serie di cose che è troppo vecchio per fare, la Murtaugh List (dal personaggio di Arma Letale che usava spesso la frase "sono troppo vecchio per questa merda"), e Barney la prende come una sfida e scommette di riuscire a fare tutte le cose sulla Murtaugh List in meno di 24 ore.

La Murtaugh List di Ted comprende:
  • forarsi le orecchie da soli
  • passare la notte sul futon/pouf di un amico invece di prenotare una camera d'albergo
  • passare l'intera notte svegli
  • Laser Tag
  • mangiare una pizza intera in una sola seduta (a loro difesa bisogna notare che le pizze americane sono sensibilmente più grandi delle nostre)
  • appendere alle pareti poster senza cornici
  • fare il bucato a casa di mamma
  • bere shots con dei perfetti estranei
  • impostare come segreteria telefonica un fastidioso messaggio fatto da due persone
  • aiutare qualcuno a fare il trasloco dal sesto piano senza ascensore in cambio di pizza e birra
  • tingersi i capelli di un colore divertente
  • beer bong (se non sapete cosa sia guardate qui)
  • andare ad un rave


Per la cronaca, nella serie tv Barney riesce quasi a vincere la scommessa ma alla fine, sconfitto da suoi 30-e-qualcosa anni, con la schiena a pezzi, i capelli rosa e un'infezione all'orecchio, rinuncia e lascia a Ted la vittoria

Oh, Barney.


Ci sono cose per cui si diventa presto troppo vecchi. Ho solo 22 anni, qualcosa mi viene già in mente: 

  • gli smalti glitterati
  • i capelli legati in due codini/treccine (ammissibili soltanto a carnevale e se correlati a un costume da Pippi Calzelunghe/scolaretta da porno giapponese)
  • ScRiVeRe CoSì (siamo tutti troppo vecchi per questa merda)
  • tutte le cose fatte di conseguenza a battute della serie "non t'aregge" "tanto non lo farai mai, non hai il coraggio" e simili
  • schiamazzare senza pudore su mezzi pubblici molto affollati
  • le feste nei garage/salotti/taverne/cantine di amici i cui genitori sono in casa
  • giochi infantili tipo "ti ho preso il naso", lo schiaffo del soldato e gli sgambetti
  • il gioco della bottiglia (inaccettabile sopra i 14 anni)



LUI è Murtaugh!



Ora chiedo a voi, c'è qualcosa che siete già troppo vecchi per fare?

martedì 18 febbraio 2014

Motivazione: a ognuno il suo


Era la seconda settimana di gennaio quando, nell'intento di rotolare fuori dal letto senza lussarmi una spalla, ho intravisto un corpo estraneo e ciccioso nella mia stanza. Ci ho messo qualche secondo a capire di essere io, il corpo ciccioso ero io, riflessa nello specchio. 
Mi sono alzata in piedi e, con le sopracciglia aggrottate a mò di Grumpy Cat, mi sono guardata allo specchio. Per dieci minuti. Ho iniziato a pensare "E queste?! Queste maniglie dell'amore qua, no, queste come ci sono arrivate qua?", "Oddioddioddioddio quelle sono le mie cosce." e "Gesù bambino sono un abominio", ma penso che le uniche parole che io sia riuscita a dire ad alta voce sono state "MA COME CAZZO...?!?!"


Il giorno dopo dieta e palestra. 
E finchè parliamo di dieta va bene, insomma, io un'ossessione malsana per il cibo ce l'ho, quindi si trattava soltanto di applicare qualche regola e esercitare una certa dose di autocontrollo; sono praticamente 4 o 5 anni della mia vita che sono perennemente a dieta, quindi non era questa grande novità.

La palestra, però... ehm.
La cosa più vicina allo sport che ho praticato regolarmente negli ultimi due anni è stata l'alzarsi dal letto ogni mattina. Sono anche molto migliorata nella disciplina del salto sul divano, e sono campionessa olimpica dell'apertura dello sportello del frigorifero. 
Questa è la mia vita. Sono una persona sedentaria, ho una relazione duratura e stabile con il telecomando e per spassarmela ho incontri occasionali con il lettore dvd.
Visto il livello fuori controllo delle mie ciccie, però, non potevo più continuare a crogiolarmi in posizione orizzontale per tutto il santo giorno. La palestra mi sembrava, in quel momento, una specie di paradiso terrestre in cui avrei potuto scaricare tutti i miei chili in eccesso e in cambio mi avrebbero dato un corpo tonico e magro, alla modica cifra di cinquanta euro al mese. Pensavo funzionasse un po' come un mercatino delle pulci: tu porti la roba vecchia che non vuoi più, e ti prendi quella nuova al suo posto.


Ebbene, non funziona così. Purtroppo (e questa è una frase che detesto, perchè spesso e volentieri non è vera, ma questa volta sì) nessuno ti regala niente. Il corpo magro e tonico che volevo dovevo sudarmelo, etto dopo etto.
Il primo giorno di palestra ho pensato che sarei morta prima della fine della lezione. Avevo l'impressione che ogni singolo muscolo, tendine e osso del mio corpo mi stesse urlando contro: "Ah deficiente, non hai mai corso cento metri in vita tua e adesso vuoi diventare Adriana Lima in due giorni?! Guarda che noi non siamo allenati per fare sta cosa qui!"
Due giorni in palestra a settimana non sarebbero serviti a molto: bisognava impegnarsi di più.
Più decidevo di impegnarmi più sentivo la mia motivazione scendere ai minimi storici, quindi ho fatto quello che qualsiasi ragazza con un computer e una connessione internet avrebbe fatto: ho cercato motivazione.

fallo per il "porca troia, sei diventata figa"

Ho scoperto di non essere l'unica ad avere bisogno di qualche frase di incoraggiamento per alzarsi la mattina e portare il suo culo pesante in palestra. C'è un mondo pieno di persone che si inventa queste "frasi-mantra" (e che le posta su Tumblr.com) cercando di incoraggiarci. Sono anche pronti a prenderti a calci in culo se per un solo secondo hai pensato di smettere, mollare tutto e tornare a ingozzarti di patatine sul divano!

"Eccetto te. Non questa volta." E va bene, dai...



Oltre ai motivatori seriosi, quelli che te li immagini come un personal trainer grosso quanto The Rock e brutto quanto Schwarzenegger, ci sono anche dei motivatori (sospetto siano donne... anzi, no, no, sono sicuramente donne) simpatici, che hanno capito davvero come motivare una ragazza.

Corri come se Ryan Gosling ti stesse aspettando al traguardo
con un cucciolo.

Vorrei proporre una petizione che obblighi le palestre di tutto il mondo a stampare questa foto e metterla di fronte ai tapis roulant in ogni palestra. Già mi immagino orde di donne che corrono come pazze, ne conosco almeno due personalmente. Nella lotta contro le ciccie non si può sottovalutare l'impatto che un figo di prima categoria come questo qui sopra ha sulle vulnerabili e stanche menti delle ragazze: dateci Gosling da sognare, invece del divano e il telecomando, e vedrete come corriamo.
Nel mio caso, devo essere sincera, non dovrebbe necessariamente essere Ryan Gosling. Ci sono decine e decine di uomini che possiamo usare come motivazione, sarebbe un peccato limitare i poster a un figo solo. Per esempio...

posso correre la maratona di New York. Davvero, posso.

Potremmo anche elaborare, ampliare tutta questa fantasia in modo da renderla più reale per convincerci a correre più veloce, più a lungo. 


Lo scenario perfetto, per esempio, per me sarebbe: corri come se Tom Hiddleston ti stesse aspettando al traguardo semi nudo, con un cucciolo di Husky, una piña colada ghiacciata, due biglietti aerei per gli Stati Uniti e un telefono in mano con Bono in linea che vuole farmi ascoltare il nuovo album degli U2 in anteprima.









venerdì 14 febbraio 2014

La festa dell'Amore



Nella cultura anglosassone San Valentino non è la festa degli innamorati. 
Va bè, mi sono allargata. Non è solo la festa degli innamorati.

San Valentino è gigante, una festa megagalattica, quasi un giorno di celebrazione nazionale, più sentita di molte altre feste comandate. Non a caso è la più positiva delle feste, e quella che riguarda tutti più da vicino.
Non me ne volere, Babbo Natale, ma la nascita di Gesù non la sentiamo proprio come una cosa che ci tocca (anche se vi prometto che i miei genitori sarebbero pronti a giurare il contrario). San Valentino invece, inteso come lo intendono quelli dall'altra parte dell'Atlantico, ci riguarda tutti.

Trovo che sia un modo molto più poetico di guardarla, questa festa. Invece di denigrarla (sì, single, parlo per voi) come una festa puramente commerciale, una scusa per ubriacarvi con le amiche e per odiare il mondo che sembra felice nonostante la solitudine, oppure di prenderla come un'occasione per ricevere un bel regalo (sì, coppie, parlo per voi), andare a mangiare fuori e avere il dopocena assicurato.
Sarebbe bello pensare a San Valentino come a una festa che non distingue single da coppie. Anche perchè diciamocelo: ci sono tanti single innamorati, e tante coppie che non lo sono.

Ce la meritiamo davvero un po' tutti la festa di San Valentino, a prescindere dallo status sentimentale.
Questo 14 febbraio io mi prendo come impegno di non odiarlo e non guardarlo come "la festa degli innamorati", ma piuttosto come "la festa dell'Amore". Quello con la A maiuscola.
La festa dell'amore comprende anche l'amore per i genitori, i fratelli, gli amici, i nonni, proprio chiunque uno ci voglia buttare nel mucchio, va bene, non si discrimina nessuno. In America, le mie sorelle ricevevano sempre un bellissimo biglietto d'auguri per San Valentino, glielo mandava la nonna tutti gli anni. Non c'era niente di sdolcinato, solo un cuore e un "I love you". Chiaro, semplice, inequivocabile. Scaldava il cuore. 
Anche un sorriso per uno sconosciuto non si nega, il giorno della festa dell'Amore.

Così la intendono gli anglosassoni, e così decido di intenderla anch'io: 
San Valentino festa degli innamorati festa dell'Amore.

Mi sembra un modo molto più bello di pensare alle cose.


credits: Starbucks, Valentine's Day promo 2014




mercoledì 29 gennaio 2014

Dall'altra parte del mare

Ci sono due luoghi in cui, e questa è un'opinione condivisa dalla maggioranza della popolazione, si prendono comunemente le decisioni importanti o si fanno grosse scoperte: il letto e il bagno.
Io e il mio letto abbiamo un lungo storico in questo senso, le mie migliori e peggiori decisioni sono state prese lì, esattamente in quel limbo bellissimo e sognante in cui ci si ferma per un po' prima di addormentarsi. Con il bagno in realtà non ho mai avuto un gran rapporto, non è il genere di luogo in cui mi fermo a pensare, figurarsi che non sono neanche il tipo che canta sotto la doccia. 
Faccio tutto in silenzio, sia fuori che dentro: neanche il mio cervello è molto attivo in bagno.

Oggi però, mentre facevo la doccia, mi è venuta in mente una storia.
Chi mi conosce sa che per ora nella vita ho avuto tante passioni, tanti amori e tante infatuazioni, ma ce n'è una in particolare che non mi ha abbandonata mai, la mia "fissa perenne", che è rimasta anche quando fidanzati, amiche e scuole passavano l'una dopo l'altra. Questo amore è così radicato in me che ormai è parte integrante del mio essere, e non mi ero mai fermata a pensare a quando è sbocciato.
Dicevo, oggi sotto la doccia mi è venuta in mente una storia, precisamente una storia d'amore: la mia storia d'amore con l'inglese.
Riflettevo sul fatto che dal mio ritorno dagli Stati Uniti sono passati ormai ben cinque anni (cinque. c-i-n-q-u-e. CINQUE ANNI!) ed io penso, scrivo e soprattutto sogno in inglese. Sempre. Ogni tanto devo fermarmi mentre parlo perchè la parola che voglio dire è in inglese e non sono sicura di come tradurla mantenendo il senso di quello che voglio far capire, ogni tanto la dico in inglese e spero che il mio interlocutore capisca. 
Anche prima di partire per l'anno all'estero facevo tutto quello che mi era possibile fare in inglese: guardare film e serie tv, leggere libri, parlare con la gente. Sono sempre stata così: pazza per l'inglese.
Però prima delle serie tv in inglese, prima del mio anno in Oregon, prima delle canzoni di Eminem imparate a memoria, c'è una storia:
la storia di una bambina di 11 anni di fronte al mare.

C'era una volta una bellissima spiaggia da qualche parte nel nord del Belgio, e c'era un'undicenne con la testa perennemente tra le nuvole che era andata in vacanza in Belgio con i suoi genitori e si era fermata, alle nove di sera, su una spiaggia deserta, perchè le avevano promesso che dall'altra parte del mare si sarebbe intravisto qualcosa.
Allora io, quell'undicenne, sono corsa come una pazza sulla spiaggia. Era dicembre, facevano meno cinque gradi e tirava un vento talmente freddo che avevo perfino i denti gelati. Era buio pesto e in spiaggia non c'era nessuno, ma andavo tranquilla perchè mamma e papà mi guardavano da qualche metro di distanza, vicino alla macchina. 
Ho fissato l'orizzonte con talmente tanta intensità che hanno iniziato a lacrimarmi gli occhi. Forse, adesso che ci penso, mi lacrimavano per il freddo. Comunque, dall'altra parte non si vedeva niente, solo mare nero e piatto che si confondeva con un cielo nero e senza stelle. Sono rimasta lì per cinque minuti, continuando a guardare.
Poi l'ho visto. 
Non so se ci sia stata una folata di vento che ha mandato via la foschia, o se i miei occhi si erano abituati all'oscurità e finalmente hanno individuato qualcosa, però c'era: vedevo le luci, vedevo la costa in lontananza. L'Inghilterra era lì di fronte, dall'altra parte del mare.
E già a undici anni io volevo spogliarmi, entrare in acqua ed iniziare a nuotare. Volevo andare, andare , dove si parlava inglese, perchè per me quella era la terra promessa (o come ho pensato guardandola: the promise land). 

Sono passati altri undici anni da quel giorno, ormai ho il doppio dell'età che aveva quella bambina che guardava le luci dall'altra parte del mare. Quella bambina - e lo dico provando un moto d'orgoglio - continua a sussurrarmi i suoi sogni ogni giorno, tra tutti quello che vuole andare lì, proprio , dove vedeva le luci: to the promise land.
Nel frattempo ho realizzato il mio sogno americano, ho perfezionato la lingua, ho (quasi) preso una laurea. 
Ma sono sempre rimasta un po' quell'undicenne che guarda dall'altra parte del mare.

mercoledì 11 dicembre 2013

Informazioni superflue

Stavo pensando... quante delle cose che diciamo al giorno sono completamente inutili? Quante sono cose che non ci ha chiesto nessuno, e che nessuno probabilmente sente il bisogno di sapere? Quante cose diciamo, quotidianamente, che restano qualche secondo nell'aria e poi si diradano senza che nessuno le respiri?

Per quanto riguarda me, almeno un buon cinquanta percento di quello che esce dalla mia bocca è completamente superfluo.

Però poi ci penso e capisco che forse le cose che diciamo gratuitamente sono le uniche che valgano qualcosa. Conoscerei molto meno le persone che mi stanno intorno se evitassero di dire, ogni tanto, la prima cosa che gli passa per la testa. 
Non saprei che il mio migliore amico sogna una vita in una località di mare, o che mia cognata da neonata aveva i capelli ricci, o che mia madre ha sempre voluto rileggere "Via Col Vento" ma non può perchè l'ha prestato a qualcuno che non l'ha mai restituita. Ecco, se mia madre non me l'avesse confessato sovrappensiero io non avrei saputo cosa regalarle per Natale!

Tutte le informazioni importanti, paradossalmente, ci arrivano inaspettatamente. 
Vale molto di più un "che giornata di merda" sussurrato senza pensarci che un semplice "bene" alla domanda "come stai?". Questa è una legge non scritta della comunicazione.

Forse è per questo che parlo così tanto quando nessuno mi ha fatto domande, forse è per questo che ho la bruttissima abitudine di blaterare e dire la prima cosa che mi passa per la testa: sto cercando di far fuoriuscire informazioni. Alcune completamente inutili ("oggi ho passato due ore su buzzfeed.com") e altre un po' più concrete ("questo paese comincia veramente a starmi stretto"), tutte fanno a botte per uscire dalla mia bocca, spesso nel momento sbagliato e di fronte a degli interlocutori che non captano i messaggi subliminali.

Devo ripropormi di ascoltare più attentamente, di leggere tra le righe del fumetto che si forma sopra la testa della gente mentre parla. 

Se lo avessi fatto prima ora forse avrei qualche idea in più per i regali di Natale.

martedì 29 ottobre 2013

Qualcosa


Avevo nove anni quando ho deciso che sarei andata negli Stati Uniti per un anno.
Ne avevo quasi diciassette quando sono partita.
Tra la decisione e il fatto compiuto sono passati la bellezza di sei lunghi, lunghissimi anni, in cui sono cresciuta, ho cambiato molte scuole e molti amici, in cui sono successe tantissime cose. Sei anni pieni di vita, eppure sei anni in cui ogni giorno aveva qualcosa in comune con quello precedente e quello successivo: per tutto quel tempo quando veniva il momento di andare a dormire io chiudevo gli occhi e sognavo come sarebbe stata la mia vita negli Stati Uniti.

Era quel qualcosa che ognuno di noi ha: quell'immagine, quel desiderio, quel sogno che ci fa fantasticare prima di addormentarci e che ci permette di svegliarci un po' più pronti ad affrontare un altro giorno, perchè siamo un po' più vicini al nostro sogno. Sognare l'America era il mio qualcosa, lo è stato per tanti anni.
Quando finalmente la mia avventura iniziò, quel bellissimo 14 agosto 2008, il qualcosa fu una delle pochissime cose che portai con me oltreoceano. Durante quell'anno all'estero sognavo come sarebbe stato tornare a casa: rivedere la mia famiglia, dormire di nuovo nel mio letto, mettere in pratica tutto quello che avevo imparato. 

Dopo lo stress di un viaggio lungo quasi 48 ore, le lacrime per aver dovuto lasciare la mia famiglia americana ed i miei nuovi amici e l'emozione nel rivedere quelli vecchi e i volti sorridenti dei miei genitori, l'11 giugno del 2009 sono tornata a casa. Ho mangiato un bel piatto di pasta, passato del tempo con le persone care e disfatto la valigia. Quando il fuso orario me lo ha permesso sono andata a letto.
La sensazione di smarrimento ha fatto scattare un campanello d'allarme nella mia testa, ho spalancato gli occhi e ho capito immediatamente: quel qualcosa non c'era più.
Avevo realizzato il mio grande sogno, ero andata ed ero tornata indietro, ed era stato meraviglioso, ma come ogni cosa meravigliosa mi era costata cara: mi era costata il mio qualcosa. 

Improvvisamente non avevo più un progetto, niente che mi spronasse a lavorare di più, niente che mi motivasse ad andare avanti. Mi sentivo come un cucciolo abbandonato al lato della strada, senza sapere da che parte andare. Non avevo più uno scopo.

Da quando sono tornata dall'America il mio approccio al sonno è cambiato, forse anche a causa dell'assenza di quel qualcosa. Vado a letto soltanto se sono stanca, mi addormento sempre più spesso sul divano, cerco di non dormire da sola. Sentire il vuoto dentro prima che sopraggiunga il sonno mi terrorizza.

Poi l'altro giorno ho messo via il cellulare, chiuso il libro e spento la luce. Mentre, stanca, ero proprio ad un passo dal cadere nelle braccia di Morfeo, un'idea audace ed inaspettata si è infilata nella mia testa. All'inizio era solo un sussurro spezzato dalla paura, poi è cresciuto fino a diventare sicuro, come un urlo, come una scritta su un muro, come una scelta.

Quando andiamo a dormire abbiamo tutti bisogno di ricordarci di un buon motivo per svegliarci il giorno dopo. A tutti noi serve quel qualcosa per il quale vivere, respirare, mangiare, lavorare, sudare e crescere.
Il mio è tornato forte come un tempo ed è, di nuovo, colorato di bianco, rosso e blu.



                                           ph credits: societykilledtheinnocent.tumblr.com