Ho sempre vissuto il blog come un viaggio. Perchè cerco sempre di raccontare una storia quando scrivo, e ogni storia la vivo un po' come un viaggio. A volte è una relazione, a volte è un'esperienza lunga e dinamica, a volte è un fallimento.
Un anno fa mi ritrasferivo a Roma dopo un anno a Londra, che per essere onesti ho vissuto come il fallimento più grosso di tutti. Ho sempre avuto problemi ad accettare la fine di qualcosa, e stavolta è stata la fine di qualcosa che avevo voluto fortemente ma che, per un milione di motivi, non era riuscita come avevo sperato. Tante colpe, tante casualità. Un anno fa tornavo da Londra con la coda tra le gambe, 7 kg in più e una grossa valigia di delusioni e lezioni da imparare.
Pensavo che il viaggio fosse finito là. "Sono andata, ho fatto, ho visto, sono tornata", un inchino al pubblico e tanti saluti a tutti. Pronti per la prossima avventura. E già mi immaginavo con un'altra valigia, stavolta piena di speranze, che mi imbarcavo verso terre lontane e ricominciavo. Altro viaggio, altro racconto sul blog.
Invece il viaggio era appena cominciato.
Ero a casa, sì, ma senza lavoro, senza prospettive, senza obiettivi e con poca esperienza. Avevo idee molto vaghe su quello che avrei fatto, ma per fortuna ero e sono ancora troppo ingenua (leggi: incosciente) da concentrarmi troppo sulle paure e rimanerne paralizzata.
Dopo i primi giorni di assestamento ("ma sei tornata? E come mai? Non ti trovavi bene? E adesso, lavori? Vivi dai tuoi? Che progetti hai?"), mi sono guardata intorno e le cose hanno iniziato ad andare al loro posto.
Per primo è arrivato il lavoro: stimolante, diverso, da "persona grande" con quel pizzico di responsabilità e intraprendenza di cui avevo disperatamente bisogno, pur non sapendolo allora.
Poi la casa, che è stata una soluzione apparentemente facile ma con anni di preparazione alle spalle che hanno compreso il farmi domande che non mi sarei fatta altrimenti, e che non mi ero mai fatta prima, ma che era arrivato il momento di farmi, come "ma io, qui, ci voglio stare?".
Poi la palestra, la dieta, le scelte di vita. Poi l'apparecchio ai denti.
Adesso sono altre le domande che mi fa la gente.
"Perchè ti sei messa l'apparecchio? Allora, come va il lavoro? Scrivi ancora? L'amore invece come va? Non ti senti un po' adolescente con l'apparecchio alla tua età?"
La differenza con prima, però, non sono le domande, ma la mia voglia di rispondere. Se un anno fa sapevo di aver fallito in qualcosa e mi sentivo di dover dare risposte alla gente, adesso difendo ogni scelta che ho fatto e ho una strada un po' più chiara davanti: quello che ho fatto l'ho fatto per un motivo, e per quello che sto facendo non devo spiegazioni a nessuno.
C'è una canzone degli Otto Ohm che dice "non torniamo più gli stessi dopo i tradimenti, la colonia estiva, l'apparecchio ai denti". Se l'avessi scritta io direbbe "non torniamo più gli stessi dopo i fallimenti, l'amore non corrisposto, l'apparecchio ai denti".
Questo è un altro viaggio. Meno letterale e fisico degli altri, più lento e subdolo, ma in un viaggio si va da A a B e ritorno, e io sto facendo la stessa cosa: devo arrivare a B per poi sapere qualcosa in più su A. Perchè poi, alla fine, il viaggio più importante è tornare a casa.
Io, un anno fa, partivo.
"Se non riesci a disfarti dello scheletro nel tuo armadio, tanto vale insegnargli a ballare." - G. B. Shaw
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venerdì 15 aprile 2016
mercoledì 11 marzo 2015
Al tramonto
Succede che mi ricordo cose che ho detto, fatto o pensato e rabbrividisco. Mi mangio le mani, oppure vorrei nascondermi sotto terra, o tornare indietro nel tempo e prendermi a capocciate. In quel momento però sono sicura di aver avuto i miei ottimi motivi per dire, fare o pensare quelle cose che ora mi fanno venire la nausea al solo ricordo. Poi uno cresce, matura, si evolve e certe cose non le faremmo più, diventano inconcepibili, diventa strano anche solo pensarci. Quando ci rivengono in mente ci sentiamo stupidi perché non ricordiamo più cosa ci abbia spinti a farle, non riusciamo più a sentirci come ci sentivamo... non c'è cosa più difficile di provare a riprodurre un'emozione, una volta che se n'è andata.
A me ogni tanto capita di riuscire a sentirmi di nuovo come mi ero sentita una volta. Se mi impegno ogni tanto riesco di nuovo a sentire quel nodo alla gola che avevo prima di scendere dall'aereo a Portland.
A volte ricordo esattamente com'era sentire la pelle d'oca e le mani che tremavano la prima volta che ho detto "ti amo".
Se chiudo gli occhi posso tornare alle prime tre note di "With or without you" al mio primo concerto degli U2, alla gioia che era troppa e non mi faceva piangere e ho pensato di impazzire perchè ero troppo felice.
Non dimenticherò mai il dolore sottile ma inevitabile di quando ti si spezza il cuore.
E, se mi concentro, riesco a sentirmi come mi ero sentita quando sono arrivata qui.
La sera tornavo ad un'altra casa, da un altro lavoro.
Londra si calmava improvvisamente mentre camminavo, il sole scendeva lento, l'aria era sempre carica di aspettative: un pasto caldo, un sorriso, le promesse delle notti estive. I piumini che diventano giacche, le giacche che diventano magliette a maniche corte. Le porte delle case che si aprono e lasciano che il loro calore invada le strade per qualche secondo. Un amico, un abbraccio, le domande di circostanza che sembrano le parole più belle del mondo. La sensazione di essere dove devi essere, e che tutti questi "lavori in corso" stanno per arrivare alla fine, per portare dei frutti. Una birra, un sidro e sogni ad alta voce in un giardino d'asfalto.
E poi scende la notte.
Stasera sono uscita a fare una passeggiata non appena mi sono accorta che il sole stava iniziando a scendere.
Il tramonto e l'alba sono i miei momenti preferiti della giornata: qualcosa inizia e qualcosa finisce. Il giorno e la notte arrivano sempre carichi di promesse, hanno sempre qualcosa da offrire,e a me piace tutta l'aspettativa che si respira.
Mentre camminavo ho pensato che devo tornare perchè sono mesi che non mi sento più come se fossi dove dovrei essere. E' troppo tempo che sono solo qui, lasciata al caso, in balia del vento. Sono andata lontano e non so come tornare indietro.
Ho paura e sono felice, ed è strano perchè è passato del tempo dall'ultima volta che ho sentito emozioni sincere venire da dentro di me piuttosto che da quello che mi succede al di fuori.
Penso ai tramonti mozziafiato su Roma, quando la luce sta per andarsene ed io torno a casa, con la pelle ancora calda da una giornata di sole e un vestito leggero che svolazza quando salto su per le scale. Sento il rumore dei piatti che mamma sta mettendo in tavola e papà che sposta la sedia per sedersi. Sento il sapore della birra fresca e l'immobilità dell'afa notturna. Sento una mano familiare che prende la mia, e una spalla su cui appoggiare la testa.
La promessa di un'altra notte, e poi forse riusciremo a vedere l'alba.
Per momenti così vale la pena vivere.
Per viverli, torno a casa.
| Mentre camminavo spunta l'arcobaleno. Lo prendo per un segno. |
lunedì 26 gennaio 2015
Nord e Sud
Mi sveglio e mi stiracchio pigrissima e baciata dal sole timido di una domenica inglese.
Dopo aver capito chi sono, dove sono e che giorno è, azzardo qualche progetto per la giornata a venire.
Come dicevo, è domenica, e c'è il sole.
La domenica su di me ha sempre un po' quell'effetto "giornodelsignore" che richiede quasi che tu rimanga nel letto il più a lungo possibile, altrimenti sarebbe un sacrilegio. Il sole, poi, è quel timidissimo sole inglese che fa capolino da dietro le nuvole un minuto sì e due ore no, ma qui loro lo chiamano "sunny" comunque. Beata ignoranza.
Quindi, mi rigiro nel letto con il buon proposito di andare a fare una passeggiata in un quartiere di Londra che ancora non ho mai visto, tipo Chelsea.
Però fa freddo, ho una scatola di cioccolatini nella credenza e devo mettermi in pari con Orange is the New Black.
Vado-nonvado-vado-nonvado.
Vado.
Chelsea sembra un piccolo mondo a parte, rispetto alla grande Londra.
Dopo aver capito chi sono, dove sono e che giorno è, azzardo qualche progetto per la giornata a venire.
Come dicevo, è domenica, e c'è il sole.
La domenica su di me ha sempre un po' quell'effetto "giornodelsignore" che richiede quasi che tu rimanga nel letto il più a lungo possibile, altrimenti sarebbe un sacrilegio. Il sole, poi, è quel timidissimo sole inglese che fa capolino da dietro le nuvole un minuto sì e due ore no, ma qui loro lo chiamano "sunny" comunque. Beata ignoranza.
Quindi, mi rigiro nel letto con il buon proposito di andare a fare una passeggiata in un quartiere di Londra che ancora non ho mai visto, tipo Chelsea.
Però fa freddo, ho una scatola di cioccolatini nella credenza e devo mettermi in pari con Orange is the New Black.
Vado-nonvado-vado-nonvado.
Vado.
![]() |
| Una donna saggia. |
Non c'è lo scintillio delle luci di Piccadilly, non c'è l'ostentazione di Notting Hill e neanche il menefreghismo di Camden: si respira un'atmosfera placida, calma, profondamente inglese.
Le case improvvisamente diventano belle, quasi invidiabili. Le macchine sono costose, i giardini curati, gli ospedali non cadono a pezzi.
La ricchezza traspare da ogni mattoncino rosso ma non ti prende a sberle in faccia come succede in altri posti. Ti sussurra all'orecchio, e dice: "Dicevi che non ti piace Londra, eh? Ma non sarebbe bello abitare qui?"
E mentre io cammino con il naso all'insù - perchè nel frattempo quel sole timido di cui sopra ha deciso di farsi vedere di nuovo - ecco che ricomincio a sentirmi un po' più turista, un po' meno padrona.
Sono abituata a questa città, ai suoi odori, ai suoi ritmi, alle sue tante contraddizioni. Lo sono talmente tanto da dimenticarmi, a volte, di essere soltanto un ospite qui.
Altro giro, altra corsa.
Un pacco di Amazon che doveva arrivarmi a casa si è rivelato essere troppo grande per la nostra buca delle lettere, e quindi viene tenuto in ostaggio all'ufficio postale di Winchmore Hill, North London. Per una volta, più a nord di casa mia.
Un posto talmente isolato che per andarci devo prendere un treno (Un treno, non la metropolitana. Quant'era che non prendevo un treno?).
Quando scendo dal treno mi aspetto di trovarmi in uno di quei posti con i graffiti sui muri e in cui cammini a testa bassa e senza incrociare lo sguardo di nessuno per paura di venire seguita e stuprata in qualche vicolo (sì, sono un pochino melodrammatica).
Invece mi ritrovo in questo grandissimo giardino con case grandi e pulite e tanti bar con i tavolini fuori, pochissime macchine e un sacco di bambini che giocano al parco.
North London è brutta, eh?
Il prossimo che mi dice una cosa del genere verrà malmenato e trascinato per i denti a Winchmore Hill.
Questo solo per dire: quando c'è da scoprire un posto nuovo è troppo facile cadere nella trappola e dare ascolto a chi, per eccezioni o per sentito dire, si è fatto già un'idea precisa.
"Milano è grigia"
"Dublino è cara"
"Venezia è sopravvalutata"
E invece dietro al luogo comune ci sono sempre, sempre un milione di vicoli da scoprire. E ne vale sempre, sempre la pena.
martedì 6 gennaio 2015
January blues
Con un grado centigrado e pioggia battente posso ufficialmente dire che Londra ha dato il benvenuto al 2015 in grandissimo stile: stile inglese, purtroppo.
Per fortuna dicono che non diventa peggio di così (come se il freddo, il vento e la pioggia non fossero brutti abbastanza): what you see is what you get. Un lungo inverno inglese a cui far fronte.
C'è un fenomeno in particolare che sembra stia affliggendo tantissime persone intorno a me, ultimamente. Musi lunghi, sospiri, improvvisi sbalzi d'umore, e come se non bastasse meno trucco, vestiti meno appariscenti, pranzi più abbondanti, meno parole e più silenzi.
Loro lo chiamano "January blues".
Quindi se chiedi a qualcuno "Hey, c'è qualcosa che non va?", ti risponderanno con una scrollata di spalle e un "Mah, solo un po' di January blues."
E tu continui a guardarli in attesa che ti spieghino che cazzo è sto January blues, dopo dieci minuti che li fissi capiscono e iniziano a parlare.
"E' quel male di vivere che ti viene a gennaio, perchè Natale è finito, le feste se ne sono andate e improvvisamente tutto sembra più grigio."
Mettici pure che le giornate si accorciano fino a che non restano sì e no tre ore di vera luce, e che piove così tanto che ti aspetti di vedere Noè che conduce gli animali all'arca da un momento all'altro.
Da Urban Dictionary: "January blues è lo stato d'animo in cui si entra quando finiscono le feste. Inizia il 2 gennaio e dura almeno fino al primo di febbraio. E' spiacevole perchè le vacanze sono finite, la primavera è lontana e i film che escono al cinema fanno schifo. Il Super Bowl può essere una buona cura per il January blues." (Grazie Urban Dictionary di avermi ricordato per l'ennesima volta che non vivo in America e quindi la cura del Super Bowl non vale per me. Come se uno se lo potesse dimenticare.)
Gennaio è un lunghissimo mese invernale di 31 giorni.
Farsi contagiare dall'epidemia di January blues è un attimo.
Quest'anno ho scelto un approccio diverso.
Questo 2015 ho deciso che voglio prenderlo di petto un mese alla volta, e per gennaio ho già grandi progetti: manca soltanto un mese alla prova costume, tanto per cominciare. Non c'è momento migliore per ammazzarsi di palestra.
Gennaio sarà anche l'ultimo mese in cui vivrò nella stessa casa con due delle persone a cui voglio più bene a Londra: fuori fa freddo e non c'è momento migliore per stare tutti insieme sul divano a guardare la tv o a cucinare. Stasera, per esempio, barbecue e costolette.
Gennaio poi, mi dicono dalla regia, è il mese in cui si ha più energia per provare a mantenere i buoni propositi fatti per Capodanno. Non c'è momento migliore per fare ricerche, dentro e fuori. Mia mamma dice sempre che chi cerca, trova; mia mamma ha spesso ragione.
Non c'è momento migliore di gennaio, quest'anno, per fare tutto quello che si può fare per rendere il futuro un po' più bello da vivere. Per prepararlo in un modo che ci faccia dire "non vedo l'ora che arrivi". Per prendere la mira.
Ed è così che il January blues si trasforma in lunghe, tiepide e bellissime mattinate sotto al piumone.
(Altro che Super Bowl.)
Per fortuna dicono che non diventa peggio di così (come se il freddo, il vento e la pioggia non fossero brutti abbastanza): what you see is what you get. Un lungo inverno inglese a cui far fronte.
C'è un fenomeno in particolare che sembra stia affliggendo tantissime persone intorno a me, ultimamente. Musi lunghi, sospiri, improvvisi sbalzi d'umore, e come se non bastasse meno trucco, vestiti meno appariscenti, pranzi più abbondanti, meno parole e più silenzi.
Loro lo chiamano "January blues".
Quindi se chiedi a qualcuno "Hey, c'è qualcosa che non va?", ti risponderanno con una scrollata di spalle e un "Mah, solo un po' di January blues."
E tu continui a guardarli in attesa che ti spieghino che cazzo è sto January blues, dopo dieci minuti che li fissi capiscono e iniziano a parlare.
"E' quel male di vivere che ti viene a gennaio, perchè Natale è finito, le feste se ne sono andate e improvvisamente tutto sembra più grigio."
Mettici pure che le giornate si accorciano fino a che non restano sì e no tre ore di vera luce, e che piove così tanto che ti aspetti di vedere Noè che conduce gli animali all'arca da un momento all'altro.
Da Urban Dictionary: "January blues è lo stato d'animo in cui si entra quando finiscono le feste. Inizia il 2 gennaio e dura almeno fino al primo di febbraio. E' spiacevole perchè le vacanze sono finite, la primavera è lontana e i film che escono al cinema fanno schifo. Il Super Bowl può essere una buona cura per il January blues." (Grazie Urban Dictionary di avermi ricordato per l'ennesima volta che non vivo in America e quindi la cura del Super Bowl non vale per me. Come se uno se lo potesse dimenticare.)
Gennaio è un lunghissimo mese invernale di 31 giorni.
Farsi contagiare dall'epidemia di January blues è un attimo.
Quest'anno ho scelto un approccio diverso.
Questo 2015 ho deciso che voglio prenderlo di petto un mese alla volta, e per gennaio ho già grandi progetti: manca soltanto un mese alla prova costume, tanto per cominciare. Non c'è momento migliore per ammazzarsi di palestra.
Gennaio sarà anche l'ultimo mese in cui vivrò nella stessa casa con due delle persone a cui voglio più bene a Londra: fuori fa freddo e non c'è momento migliore per stare tutti insieme sul divano a guardare la tv o a cucinare. Stasera, per esempio, barbecue e costolette.
Gennaio poi, mi dicono dalla regia, è il mese in cui si ha più energia per provare a mantenere i buoni propositi fatti per Capodanno. Non c'è momento migliore per fare ricerche, dentro e fuori. Mia mamma dice sempre che chi cerca, trova; mia mamma ha spesso ragione.
Non c'è momento migliore di gennaio, quest'anno, per fare tutto quello che si può fare per rendere il futuro un po' più bello da vivere. Per prepararlo in un modo che ci faccia dire "non vedo l'ora che arrivi". Per prendere la mira.
Ed è così che il January blues si trasforma in lunghe, tiepide e bellissime mattinate sotto al piumone.
(Altro che Super Bowl.)
venerdì 26 dicembre 2014
Christmas in between
A Natale puoi
Se c'è un giorno in cui si può, è Natale. A Natale nessuno dovrebbe essere lontano dal posto dove appartiene, a nessuno dovrebbe mancare un pasto caldo e una famiglia intorno, tutti dovrebbero ridere fino alle lacrime almeno una volta.
A Natale dovremmo tutti essere a casa, ovunque "casa" sia.
Per me è un salotto con un camino acceso, i miei genitori che litigano ma poi ti fanno l'occhiolino, i fratelli che ridono, gli amici al mio fianco e una bottiglia di prosecco da stappare.
Non c'è alzataccia, corsa, stress, viaggio, attesa o duro lavoro che non ne valga la pena.
Sono incredibilmente felice di aver avuto il privilegio di essere a casa per Natale.
Sull'aereo, in sospeso tra Roma e Londra, mi sentivo un po' in sospeso tra realtà e futuro. A mezz'aria tra la terraferma, quella su cui punto i piedi e da cui prendo la rincorsa, e il cielo, quello pieno di stelle ma che da quaggiù non sembra neanche tangibile.
La cosa bella del futuro è che è tutto da scrivere: io ho una penna in mano, e la mano ferma.
Torno a Londra anche perchè so di dover fare qualcosa che posso raccontare la prossima volta che torno.
Il mio cuore, per inciso, è ancora seduto accanto al camino con una bellissima bimba in braccio.
lunedì 17 novembre 2014
Prima della tempesta
Una volta scrivevo per mettere sogni nero su bianco.
Poi ho iniziato a scrivere per tenere amici e parenti aggiornati sulle mie (dis)avventure.
Nel frattempo ho continuato a scrivere i suddetti sogni sotto pseudonimo.
Oggi scrivo perchè non so se quei sogni ci sono ancora, quindi li cerco sperando di riuscire a farli uscire a forza di domande. Se ci sono ho bisogno di vederli nero su bianco. Se non ci sono ho bisogno di sapere dove sono andati a morire.
Il fatto che poi grazie a tutte queste cose che metto nero su bianco io riesca anche a tenere aggiornati parenti e amici sulle mie (dis)avventure è soltanto una fortuita e piacevole coincidenza.
Qui in quel di Bounds Green, Londra, la vita procede tranquilla a suon di conti alla rovescia.
I miei migliori amici che vengono a trovarmi: meno nove giorni.
Le ferie: meno sei giorni.
Natale a casa: meno trentasei giorni.
Qualcosa di così intenso da farmi dimenticare tutti i suddetti conti alla rovescia: sto ancora aspettando.
Ho scritto tanto della solitudine, di quanto sia stato difficile accoglierla e poi accettarla e di come poi io l'abbia trasformata in un'armatura per impedirmi di buttare tutto all'aria e dover ricominciare da capo prima o poi. Per la cronaca, ho deciso che tutte quelle cose sono una marea di cazzate.
Ho sbagliato parola: non volevo dire "solitudine", volevo dire "calma".
E' stato difficile iniziare a vivere una vita calma, accoglierla e accettarla e poi trasformarla in una necessità assoluta per impedirmi di buttare tutto all'aria e di dover ricominciare da capo prima o poi.
Quindi da sei mesi vivo un'esistenza calma, piatta al limite del flemmatico, costruita su sveglie presto, corse mattutine, pranzi preparati il giorno prima e almeno otto ore di sonno a notte. Cose che mia madre in confronto è un animale da festa, cose che non racconti in giro per paura che ti chiedano il documento per controllare che tu non abbia 83 anni invece di 23.
Oggi ho scoperto che la calma mi ha rotto i coglioni.
Non che non mi piaccia pianificare o prepararmi con largo anticipo - quello succederà sempre. Sarò sempre quella che ad agosto chiede che facciamo a Capodanno e che arriva con un quarto d'ora d'anticipo a qualsiasi tipo di appuntamento. Non ci si può fare niente, ve lo giuro, ci ho provato, accettiamo tutti questa realtà e iniziamo a cercare di convivere con questa "angoscia" che vi infondo quando vi faccio notare che siete in ritardo.
Però da stasera mi libero di quest'armatura di calma piatta che ho usato finora per proteggermi da qualsiasi tipo di cambiamento non strettamente necessario.
Gli ultimi sei mesi passati in pace saranno d'ora in poi da me ribattezzati "la quiete prima della tempesta", perché d'ora in poi cerco temporali, maremoti, fulmini e saette.
C'è una linea sottile tra essere soli e sentirsi soli.
Mi illudevo di esserlo e basta e invece ho dovuto ammettere che mi ci sento anche. Fa paura dirlo, fa paura scriverlo e soprattutto è terrificante ammetterlo a sé stessi, però dicono che piano piano aiuti a crescere e a diventare più forti. Io per sicurezza ogni tanto me lo ripeto, così pure se non fortifica almeno ho l'illusione che lo faccia.
E poi, chiunque abbia inventato il detto "meglio soli che male accompagnati" era una persona saggia.
Se non esistesse il senso dell'umorismo saremmo tutti perduti.
Se non potessimo ridere delle nostre stesse disgrazie nessuno si alzerebbe più dal letto.
Se non avessimo bei ricordi che ci fanno sorridere tra le lacrime non avremmo amici.
Se non vivessimo giornate intere con le lacrime agli occhi non cercheremmo mai di migliorare.
mercoledì 22 ottobre 2014
Ci sta
Pochi giorni dopo essermi trasferita a Londra ho incontrato
qualcuno che mi ha detto: “Qui le giornate non passano mai, ma i mesi volano.”
Prima che io potessi veramente fare pace con questa “cosa”
che qui in Inghilterra chiamano estate, ecco che anche quel barlume lontano di
sole se ne va e arriva l’autunno. Una volta era la mia stagione preferita, l’autunno.
Le caldarroste, i Mont Blanc, il camino acceso, il piumino sul letto, stare a
casa sul divano con mamma e papà e costringerli a vedere tutti i miei film
preferiti… ah, che bello l’autunno. Quest’anno è diverso.
Facciamo l’appello:
caldarroste – non pervenute. Mont Blanc – due, ottimi, e vabbè che ci sta, sono
stagionali. Il camino acceso – il camino qua c’è! E’ chiuso ovviamente, e
dentro ci sono una serie di bottiglie di alcolici vuote che i coinquilini
collezionano. Meglio de niente. Il piumino sul letto – ah, bella questa. Il
piumino non l’ho mai tolto. Mamma e papà
+ divano + film – non se pò avè tutto dalla vita.
Ci sta che quest’anno sia diverso. Sono grande ormai, vivo
lontana da casa e mi dicono tutti che la nostalgia fa parte del gioco. Ci sta
che sia tutto diverso, se fosse stato tutto come l’anno scorso probabilmente
avrei desiderato altro… avrei desiderato questo. Ma com’è che non siamo mai
contenti con quello che viviamo oggi? Com’è che passiamo la vita ad immaginare
il futuro o a ricordare il passato? Che diavolo c’è che non va nel presente?
Ci stanno le giornate no, quelle che iniziano praticamente
dalla sera prima, con due o tre incubi di seguito e una nottata intera a
fissare il soffitto. Le giornate no sembrano sempre durare 45 ore, mentre
quelle belle ne durano 4 al massimo. Ci sta pure che mentre giochi a Candy
Crush sulla metro e ascolti musica in riproduzione casuale capita quella
canzone che non vorresti sentire e ti scappa la lacrimuccia. In metro. Nell’ora
di punta. Di fronte a un vagone pieno di persone che hanno tutte gli occhi e
grazie al cielo che non rivedrò mai più (spero).
Ci sta la paura di Natale, il rifiuto verso il rosso e l’oro,
il presepe e gli alberelli perché il solo pensiero mi fa rabbrividire fino
nelle ossa. Ci sta vedere il cappello natalizio più bello della storia e non
comprarlo perché tanto non saprei a chi farlo vedere. Poi ci sta anche spendere
£250 per tornare a casa la sera di Natale. Il cappello natalizio non lo compro
comunque, ma almeno adesso la scusa è che sono al verde (per una buona causa).
Le giornate non passano mai, ma i mesi volano. E quando non
ci si può fare niente, stacce.
![]() |
| inglese misto romanaccio ad hoc. |
venerdì 17 ottobre 2014
Nel frattempo
Ho passato dei giorni strani, tant'è che ho pensato veramente di soffrire di sbalzi d'umore.
Stare dieci giorni a casa rimette tante piccole cose al loro posto, ma ne incasina tante altre nel frattempo.
Ormai la mia vita va così: un giorno mi addormento piangendo e il giorno dopo mi sveglio, c'è il sole, ed è già passato tutto. Il sole cambia tutto quanto.
La mia vita è una lunghissima serie di "prima" e "dopo": una successione di grandi e piccoli eventi che hanno marcato il tempo che il precede e li segue, mettendo tutto quanto in relazione.
Tornare a casa, cioè tornare al "prima" quando il "dopo" non è ancora chiaro, mette tutti di fronte a un grandissimo interrogativo.
Ma chi me lo fa fare?
Me lo sono chiesto 1000 volte.
Per fortuna sono stata capace di darmi 1001 ottime risposte.
Poi sono tornata a Londra, e tempo un'ora ero in lacrime al telefono con mia madre che singhiozzavo "io voglio il mio letto, voglio tornare a casa".
1001 ottime risposte, eh? Uno crede di essere stato bravo, uno crede di essere stato forte... e poi non si può rilassare un attimo che bam!, crisi di nervi.
La cosa davvero bella è stata raccontare a me stessa e capire davvero, per una volta, che il tempo passa. Il tempo se ne va inesorabile e non c'è assolutamente niente che possa fermarlo.
L'unica cosa che posso controllare è come percepirlo, questo tempo che passa. Se conto i giorni, le ore, i secondi che mi separano da qualcosa la mia vita sarà un susseguirsi di attese e ritardi. Mi sembrerà lunghissima guardando avanti, e brevissima guardando indietro.
Se invece questa vita cerco di riempirla di piccole cose felici, sarà più densa, più concentrata. Guarderò indietro ricordando attimi intensi e non lunghi periodi aridi, e magari finalmente smetterò di guardare sempre avanti cercando di indovinare il futuro. La vita sarà piena di tante, piccole, bellissime cose.
E tanto il tempo passerà comunque... Le cose per cui faccio il conto alla rovescia arriveranno comunque. Ma non posso continuare e immaginarmele mentre sto seduta qui ad aspettarle.
Non per questo smetterò di immaginarmele.
La differenza sta nel vederle come punti di arrivo, obiettivi inderogabili, invece che come improbabili sogni. E' compito nostro renderli tali, anzi, è una bellissima responsabilità.
La differenza sta nella scelta: potrei stare seduta qui ad aspettare tutte le belle cose che arriveranno, oppure potrei alzarmi e andare a fare qualcos'altro, nel frattempo.

Stare dieci giorni a casa rimette tante piccole cose al loro posto, ma ne incasina tante altre nel frattempo.
Ormai la mia vita va così: un giorno mi addormento piangendo e il giorno dopo mi sveglio, c'è il sole, ed è già passato tutto. Il sole cambia tutto quanto.
La mia vita è una lunghissima serie di "prima" e "dopo": una successione di grandi e piccoli eventi che hanno marcato il tempo che il precede e li segue, mettendo tutto quanto in relazione.
Tornare a casa, cioè tornare al "prima" quando il "dopo" non è ancora chiaro, mette tutti di fronte a un grandissimo interrogativo.
Ma chi me lo fa fare?
Me lo sono chiesto 1000 volte.
Per fortuna sono stata capace di darmi 1001 ottime risposte.
Poi sono tornata a Londra, e tempo un'ora ero in lacrime al telefono con mia madre che singhiozzavo "io voglio il mio letto, voglio tornare a casa".
1001 ottime risposte, eh? Uno crede di essere stato bravo, uno crede di essere stato forte... e poi non si può rilassare un attimo che bam!, crisi di nervi.
La cosa davvero bella è stata raccontare a me stessa e capire davvero, per una volta, che il tempo passa. Il tempo se ne va inesorabile e non c'è assolutamente niente che possa fermarlo.
L'unica cosa che posso controllare è come percepirlo, questo tempo che passa. Se conto i giorni, le ore, i secondi che mi separano da qualcosa la mia vita sarà un susseguirsi di attese e ritardi. Mi sembrerà lunghissima guardando avanti, e brevissima guardando indietro.
Se invece questa vita cerco di riempirla di piccole cose felici, sarà più densa, più concentrata. Guarderò indietro ricordando attimi intensi e non lunghi periodi aridi, e magari finalmente smetterò di guardare sempre avanti cercando di indovinare il futuro. La vita sarà piena di tante, piccole, bellissime cose.
E tanto il tempo passerà comunque... Le cose per cui faccio il conto alla rovescia arriveranno comunque. Ma non posso continuare e immaginarmele mentre sto seduta qui ad aspettarle.
Non per questo smetterò di immaginarmele.
La differenza sta nel vederle come punti di arrivo, obiettivi inderogabili, invece che come improbabili sogni. E' compito nostro renderli tali, anzi, è una bellissima responsabilità.
La differenza sta nella scelta: potrei stare seduta qui ad aspettare tutte le belle cose che arriveranno, oppure potrei alzarmi e andare a fare qualcos'altro, nel frattempo.

venerdì 19 settembre 2014
Tinder (c'è un problema di fondo)
Da queste parti tutti - e dico tutti - passano il loro tempo su un'app che si chiama Tinder.
Io, che a quanto pare negli ultimi quattro mesi ho vissuto sotto a un sasso, non ne avevo mai sentito parlare fino a un mesetto fa. Quando poi ho capito che cos'era ho reagito come avevo reagito a Facebook sei anni fa: "manco morta".
Per chi, come me, vive sotto ai sassi, lo spiego in due parole: Tinder è una dating app che prende alcune nostre informazioni da Facebook, come nome, foto, età e interessi, e ci abbina a una serie di persone simili a noi che vivono nelle vicinanze. E' un enorme catalogo di foto, per ogni foto ci sono due opzioni: scorrere verso sinistra vuol dire "nah, il prossimo" e scorrere verso destra equivale a un "sei carino, ci può stare". Se entrambe le persone scorrono verso destra vengono avvertite e messe in contatto tramite la chat di Tinder.
Questo, in due parole, è Tinder. Guardare foto di gente a random e decidere chi ci piace e chi no con un banale scorrimento di pollice.
Comunque, basta vedere com'è andata a finire con Facebook per capire che sono una persona molto coerente. Ho scaricato Tinder. Mi sono detta: "le mie colleghe ci si ammazzano dalle risate, e poi socializzare un po' non mi potrà fare poi così male", e l'ho scaricato.
Nell'arco di mezz'ora è stato dolorosamente chiaro che le mie amiche hanno pienamente ragione quando mi prendono per il culo per la mia incapacità di scegliermi gli uomini.
Se dovessi azzardare una percentuale di ragazzi che mi hanno fatto scorrere il dito a destra (ergo "sei carino, ci può stare") direi che si aggirerebbe intorno al 3%. Tenendomi molto larga. Arrotondando per eccesso. Esagerando pure un po'.
Mentre guardavo le foto di questi perfetti sconosciuti, pensavo una serie infinita di cose.
Ad esempio:
"Poveraccio questo però, a me non piace ma magari è un sacco simpatico"
"Questo sicuro è uno pieno di amici"
"Se solo sapessi che voce c'ha questo qui... perchè magari ha una bella voce e con una bella voce si guadagnano un sacco di punti"
"No, te proprio no"
"Guarda che faccia simpatica!"
"Ok, questo magari ha scelto una foto in cui è venuto male..."
"Gesù bambino peccarità"
Dopo la prima cinquantina di foto, le voci nella mia testa hanno iniziato a trasformarsi in quelle delle mie migliori amiche, che di solito sono presenti mentre faccio questo tipo di ragionamenti.
"Mery, te prego, no. Ma uno che si fa i selfie nella vasca da bagno vuota quanto pensi che sia intelligente?"
"Sì Me, ok, questo è figo, però non mi sa di niente, c'ha lo sguardo vacuo... Con la gente ti ci dovrai pur dire qualcosa no?"
"Se mi dici che ti piace questo ti giuro che non ti parlo più."
"No, la mia risposta è no. Qui c'è un problema di fondo."
Ho due amiche fantastiche.
Dolci, disponibili, gentili, leali e soprattutto abbastanza stronze da farmi sempre notare che, quando si tratta di me, c'è un problema di fondo.
E fin qui.
Che problema sia, in realtà non l'ho ancora capito.
Le suddette amiche non si sono mai dilungate in spiegazioni.
Se dovessi tirare a indovinare, direi che è qualcosa che suona come "se ti piacciono solo ed esclusivamente super belli poi non ti lamentare se hanno lo spessore intellettuale di un cucchiaino", o anche "tu ti fai veramente, seriamente, assolutamente troppe pippe mentali".
Dare spago a queste chiacchiere significherebbe riconoscere che il problema sono io, e la sottoscritta Miss Mipiaceignorareiproblemifinchènonmiscoppianoinfaccia 2014 non ha ancora deciso come prenderla.
La maratona su Tinder, comunque, continua.
![]() |
| Samantha Jones docet. |
martedì 9 settembre 2014
La vita è quello che succede mentre aspetti che succeda
Il sole splende in quel di Londra.
Il tempo è clemente, la temperatura è ottima.
L'atmosfera è rilassata, la compagnia è piacevole.
Il lavoro procede bene, le soddisfazioni arrivano.
Ho un buon libro, e due giorni liberi da passare come meglio preferisco.
"Quindi? Che cosa vuoi? Che cos'altro è che ti manca, ancora?"
C'è una certa elettricità nell'aria, un sentore che presagisce l'arrivo di qualcosa, che mi lascia guardinga e vibrante.
Sarà che c'è la possibilità che gli U2 si facciano vedere al lancio dell'iPhone 6 oggi, lanciando il nuovo album?
Forse. Oppure è, più semplicemente, che la mia mente vaga per luoghi lontani immaginando scenari improbabili.
"Che cos'è che aspetti adesso? Stai facendo il countdown per qualcosa."
Aspetto di tornare a casa, aspetto di fare un viaggio pieno ed emozionante, aspetto novità che diano una scossa a tutto quanto. E' nella natura umana non essere mai soddisfatti, e, nello specifico, è nella mia natura essere sempre in attesa di qualcosa.
Jovanotti diceva "stanno tutti aspettando che succeda qualcosa che tolga il velo di polvere dalla realtà, stanno tutti aspettando che arrivi la sposa, coi fiori in mano e una promessa di felicità".
La sposa è arrivata, ha ballato, ha sorriso. Ci ha lasciati tutti a chiederci se saremo mai così felici.
Quando il mondo intorno a noi cambia, ci vediamo costretti a fare dei paragoni. Immaginiamo il futuro, facciamo i conti col passato, tiriamo le somme.
Spesso i conti non tornano.
Non avrei immaginato di essere dove sono, adesso.
Avevo in mente diversi scenari, ma nessuno di loro era questo. Non che ci sia da lamentarsi, so di essere in un bel posto e, soprattutto, so di essere dove devo essere. E' stata soltanto l'ennesima prova di quanto la vita se ne freghi dei progetti che uno fa, o del tempo che uno ha investito in certe cose: lei cambia comunque. E' inutile puntare i piedi e cercare di fermarla, lei andrebbe avanti trascinandosi dietro brandelli di noi, spezzandoci. Tanto vale rimanere integri e salire a bordo, ciechi, disposti ad andare ovunque lei ci porti, senza illuderci di avere qualche tipo di controllo sul timone.
Ho istituito i "Me Days", giorni in cui faccio qualcosa solo ed esclusivamente per me, inderogabilmente sola. Mi ascolto, mi interrogo, mi faccio delle domande scomode. Cerco di fare un po' i conti con me, di capire da che parte sto e, ogni tanto, anche a che gioco sto giocando.
Mi perdo con una facilità tale che ogni tanto devo fermarmi un'attimo e aspettare di raggiungermi.
Ho letto da qualche parte che "life isn't about finding yourself, it's about creating yourself".
Io non credo. Ci sono cose che non posso cambiare. Che a me piaccia o no, alcune cose mi piaceranno sempre, altre non le condividerò mai... se questo non è un tratto distintivo del mio essere, allora non so cosa lo sia. Non devo creare niente, devo solo venirci a patti. Fare pace con me.
Nel frattempo vago e mi guardo intorno, aspettandomi sempre di ritrovarmi in un panorama sconosciuto, una vecchia canzone, un posto inesplorato.
Auguro a me stessa di avere il coraggio di non smettere mai di cercare.
Il tempo è clemente, la temperatura è ottima.
L'atmosfera è rilassata, la compagnia è piacevole.
Il lavoro procede bene, le soddisfazioni arrivano.
Ho un buon libro, e due giorni liberi da passare come meglio preferisco.
"Quindi? Che cosa vuoi? Che cos'altro è che ti manca, ancora?"
C'è una certa elettricità nell'aria, un sentore che presagisce l'arrivo di qualcosa, che mi lascia guardinga e vibrante.
Sarà che c'è la possibilità che gli U2 si facciano vedere al lancio dell'iPhone 6 oggi, lanciando il nuovo album?
Forse. Oppure è, più semplicemente, che la mia mente vaga per luoghi lontani immaginando scenari improbabili.
"Che cos'è che aspetti adesso? Stai facendo il countdown per qualcosa."
Aspetto di tornare a casa, aspetto di fare un viaggio pieno ed emozionante, aspetto novità che diano una scossa a tutto quanto. E' nella natura umana non essere mai soddisfatti, e, nello specifico, è nella mia natura essere sempre in attesa di qualcosa.
Jovanotti diceva "stanno tutti aspettando che succeda qualcosa che tolga il velo di polvere dalla realtà, stanno tutti aspettando che arrivi la sposa, coi fiori in mano e una promessa di felicità".
La sposa è arrivata, ha ballato, ha sorriso. Ci ha lasciati tutti a chiederci se saremo mai così felici.
Quando il mondo intorno a noi cambia, ci vediamo costretti a fare dei paragoni. Immaginiamo il futuro, facciamo i conti col passato, tiriamo le somme.
Spesso i conti non tornano.
Non avrei immaginato di essere dove sono, adesso.
Avevo in mente diversi scenari, ma nessuno di loro era questo. Non che ci sia da lamentarsi, so di essere in un bel posto e, soprattutto, so di essere dove devo essere. E' stata soltanto l'ennesima prova di quanto la vita se ne freghi dei progetti che uno fa, o del tempo che uno ha investito in certe cose: lei cambia comunque. E' inutile puntare i piedi e cercare di fermarla, lei andrebbe avanti trascinandosi dietro brandelli di noi, spezzandoci. Tanto vale rimanere integri e salire a bordo, ciechi, disposti ad andare ovunque lei ci porti, senza illuderci di avere qualche tipo di controllo sul timone.
Ho istituito i "Me Days", giorni in cui faccio qualcosa solo ed esclusivamente per me, inderogabilmente sola. Mi ascolto, mi interrogo, mi faccio delle domande scomode. Cerco di fare un po' i conti con me, di capire da che parte sto e, ogni tanto, anche a che gioco sto giocando.
Mi perdo con una facilità tale che ogni tanto devo fermarmi un'attimo e aspettare di raggiungermi.
Ho letto da qualche parte che "life isn't about finding yourself, it's about creating yourself".
Io non credo. Ci sono cose che non posso cambiare. Che a me piaccia o no, alcune cose mi piaceranno sempre, altre non le condividerò mai... se questo non è un tratto distintivo del mio essere, allora non so cosa lo sia. Non devo creare niente, devo solo venirci a patti. Fare pace con me.
Nel frattempo vago e mi guardo intorno, aspettandomi sempre di ritrovarmi in un panorama sconosciuto, una vecchia canzone, un posto inesplorato.
Auguro a me stessa di avere il coraggio di non smettere mai di cercare.
martedì 26 agosto 2014
Meno uno
Avevo programmato questa serata con attenzione da mesi: sapevo che avrei passato la vigilia del mio rientro a casa a letto, con un buon film, a farmi almeno 9 ore di sonno meritatissimo.
Non è andata proprio così.
La prima cosa che ho fatto appena tornata dal lavoro è stata riprendere il mio coinquilino per la sua Ice Bucket Challenge. Poi è arrivato il momento di cenare, che in questi casi equivale a finire qualsiasi tipo di cibo ancora commestibile che potrebbe andare a male prima del mio rientro. Ho cenato con un filone di pane.
Qualche imprevisto e due mal di testa dopo, ho ceduto: ho fatto pace con il fatto che la vigilia del mio rientro non sarebbe andata come avevo immaginato. Mi sono versata un bicchiere di Malibu (che poi sono diventati tre) e mi sono detta che tanto, una notte insonne in più o una in meno, non fa molta differenza.
Il mio lato ossessivo-compulsivo ha iniziato a farsi sentire. Presa dal panico, ho ricontrollato la valigia. Tra le cose che rischiavo di dimenticarmi c'erano il caricabatterie del telefono, il libro che sto leggendo e il mio discorso per il matrimonio. Ho telefonato al taxi che mi viene a prendere domattina alle 6, per confermare che mi sarebbe venuto a prendere domattina alle 6. Ho ricontrollato la valigia, e tra le cose che rischiavo di dimenticarmi stavolta c'erano le cuffiette. Ho bevuto un altro Malibu.
Ore 23:40.
Seduta di fronte al computer, moderatamente brilla.
In pigiama, con la stessa vitalità di un koala morto.
Stanca come se avessi lavorato 16 ore, avendone lavorate 9.
Emozionata.
Non è andata proprio così.
La prima cosa che ho fatto appena tornata dal lavoro è stata riprendere il mio coinquilino per la sua Ice Bucket Challenge. Poi è arrivato il momento di cenare, che in questi casi equivale a finire qualsiasi tipo di cibo ancora commestibile che potrebbe andare a male prima del mio rientro. Ho cenato con un filone di pane.
Qualche imprevisto e due mal di testa dopo, ho ceduto: ho fatto pace con il fatto che la vigilia del mio rientro non sarebbe andata come avevo immaginato. Mi sono versata un bicchiere di Malibu (che poi sono diventati tre) e mi sono detta che tanto, una notte insonne in più o una in meno, non fa molta differenza.
Il mio lato ossessivo-compulsivo ha iniziato a farsi sentire. Presa dal panico, ho ricontrollato la valigia. Tra le cose che rischiavo di dimenticarmi c'erano il caricabatterie del telefono, il libro che sto leggendo e il mio discorso per il matrimonio. Ho telefonato al taxi che mi viene a prendere domattina alle 6, per confermare che mi sarebbe venuto a prendere domattina alle 6. Ho ricontrollato la valigia, e tra le cose che rischiavo di dimenticarmi stavolta c'erano le cuffiette. Ho bevuto un altro Malibu.
Ore 23:40.
Seduta di fronte al computer, moderatamente brilla.
In pigiama, con la stessa vitalità di un koala morto.
Stanca come se avessi lavorato 16 ore, avendone lavorate 9.
Emozionata.
domenica 10 agosto 2014
Approcci maldestri di britannici sterotipati
Londra, da me soprannominata "no
Dopo tre mesi qui, ho capito che mi sbagliavo. Non ci sono uomini, a Londra.
Se avete mai visto Sex and the City ricorderete l'episodio in cui Samantha si lamenta della scarsezza degli uomini a New York, proponendo addirittura di ribattezzarla "Same York". Ecco, se Samantha Jones avesse abitato a Londra se la sarebbe data a gambe tempo fa, imbarcandosi perfino sul Titanic pur di scappare da quest'isola.
Ma la parte veramente triste di tutta questa ristrettezza di uomini è che quei pochi che ci sono, forti della loro esclusività, si sentono in diritto di approcciare qualsiasi ragazza vivente con tattiche che lasciano un po' a desiderare. Non lo dico perchè penso di essere particolarmente carina o di meritare in qualche modo le loro attenzioni, qui è più una cosa alla "ndo cojo cojo". Ad esempio:
Sabato, ore 13,30, Covent Garden
La sottoscritta si è scordata il pranzo a casa ed esce con cipiglio scuro (dicesi anche "rodimento di culo") dal supermercato, mangiando una barretta energetica appena comprata a grandi morsi.
"Scusa, tu!"
Qualcuno mi bussa sulla spalla, mi giro e vedo sto tipo, tutto trafelato, che ce l'ha proprio con me. Io, che c'ho la bocca piena di barretta energetica.
"Scusa, magari ti potrà sembrare un po' strana come cosa, ma ti ho visto passare e penso che tu sia molto carina"
(Nota del traduttore: ha detto proprio "cute". Che, per chi non lo sapesse, si usa maggiormente per descrivere acconciature, motivi floreali su carta da parati e cuccioli di San Bernardo. Non è proprio sto grandissimo complimento.)
Io, nel frattempo, continuo a masticare la mia barretta energetica.
Lui mi guarda aspettandosi una risposta.
Provo a parlare, ma finisco per sputacchiare pezzi di cereali da tutte le parti.
"Oh scusa, stai mangiando! Va bè, aspetto che finisci."
Ah, mica ti levi dalle palle, mi guardi masticare un boccone incredibilmente grande di barretta energetica con un sorriso ebete sulla faccia. Ottima mossa!
A fatica, deglutisco.
"Grazie" sorrido, e faccio per andarmene.
"Di dove sei?"
Perchè che io non sia inglese si vede lontano un miglio, e il mio "thank you" deve aver tradito un qualche accento.
"Italia"
"Sei italiana?" chiede incredulo "Ma sei così pallida!"
![]() |
| Emma riassume benissimo ciò che avrei voluto dire. |
Continuo a sfoderare un sorriso educato mentre nella mia mente ho già elencato tre modi per ucciderlo. Vorrei fargli notare che dire a una ragazza che è pallida non è proprio una grande scelta, se stai cercando di rimorchiarla, ma riesco a contenermi.
"That's because I live in fuckin London."
Devo essere diventata brava a sorridere anche mentre dico cose terribili, perchè lui non fa una piega. Anzi, insiste. "Secondo te io di dove sono?"
Lo guardo bene, e capisco che ho trovato il primo essere umano che raccoglie tutti i possibili stereotipi negativi sui britannici:
- barba e capelli rossi,
- denti storti, ma storti veramente (e penso che ne manchino anche un paio)
- totale mancanza di contatto visivo mentre mi parla
- fa tanto lo spiritoso e cerca di farlo passare per sarcasmo, ma in realtà è semplicemente stronzo.
"Irlandese."
"Wow, sei brava a questo gioco!"
"Grazie." la mia faccia ormai è paralizzata nel tenere così a lungo la stessa espressione, il cosiddetto sorriso di cartongesso. Gli lancio un'ultima possibilità. "La mia band preferita è irlandese."
"Davvero? Chi?"
"Gli U2"
"Mmm, si... Io però non sono tanto un tipo da musica".
Se con il "sei così pallida" aveva perso punti, ora siamo arrivati proprio a livelli irrecuperabili.
Ho cercato di svignarmela il prima possibile (e ci ho messo cinque minuti buoni).
Adesso, io dico, ma ve pare normale?
Capisco le differenze culturali, capisco i miei pregiudizi, però loro ce la mettono proprio tutta per meritarsi le prese in giro! In quale cultura dire a una ragazza che è pallida (e affermare "I'm not much of a music guy" di fronte a una che ti ha appena detto che le piacciono gli U2) è considerato efficacemente "provarci"?
Liberatami finalmente del fratello irlandese di Gargamella, mi avvio con il mio tramezzino e il resto della mia barretta energetica verso Seven Dials, una specie di monumento al centro di Covent Garden che è anche l'unico posto per sedersi in tutto il quartiere.
"Scusa, miss!"
Ecchecc...
Sfodero il mio fidato sorriso di cartongesso a tre ragazzi vestiti da TruceKlan con tanto di cappelletto, età indefinita tra i 15 e i 20 anni (e so che qualcuno dirà "proprio la fascia demografica che piace a te!" Ah. Ah. Ah. Grasse risate.)
"Dov'è Covent Garden?"
"Ci siete dentro."
I tre si guardano intorno, perplessi.
"Ma non c'è nessun giardino" obietta uno.
"Infatti "Covent Garden" è il nome della zona".
"Ah..." il tipo ci pensa un attimo, poi attacca: "Ma tu di dove s..."
"Gotta go. Bye!"
giovedì 7 agosto 2014
Mery Goes to Yoga
A tre mesi precisi dal mio arrivo in terra inglese, oggi inizio a sentirmi un po' più me.
Perchè io, amante della routine e degli orari prestabiliti al punto di essere sempre 3 minuti in anticipo a qualsiasi tipo di appuntamento, finora avevo fallito miseramente nel trovare la mia dimensione qui, a Londra.
In tre mesi non c'è stato un giorno in cui io sia uscita di casa sapendo come sarebbe andata la mia giornata o a che ora sarei rientrata. Questo ha causato non pochi squilibri al mio sistema nervoso, a cui piace tanto sapere le cose, così si regola di conseguenza.
Quando finalmente ho iniziato a lavorare, la bellezza di quattro giorni fa, è stato inevitabile riprendere il controllo di me stessa e ritagliarmi una sorta di routine. Non posso farci nulla, a me la routine piace, ci si sta bene dentro e mi fa pure sentire parecchio tranquilla.
Dal primo giorno ho iniziato a prepararmi i vestiti per il lavoro la sera prima, e a metterli sulla sedia, così evito di svegliare mezza casa mentre impreco la mattina perchè non ho niente da mettermi.
Dal secondo giorno ho iniziato a cucinare il pranzo per il giorno dopo, così non passo quaranta minuti della mia ora di pausa pranzo in fila da Marks & Spencer. E spendo meno.
Dal terzo giorno, mi sono iscritta in palestra.
Dopo tre mesi di burro d'arachidi, frappuccini e plum cake inizio a sentire il bisogno di portare le mie regali chiappe su un tapis roulant e bruciare qualche caloria.
La mia palestra si chiama EasyGym (stesso font di EasyJet, stesso colore di EasyJet, stesso stile di EasyJet... salta fuori che è della stessa compagnia di EasyJet), e mi sono iscritta da casa per la modica cifra di £30, che comprendono accesso illimitato alla palestra e ai corsi, prenotabili online.
Io, fomentatissima e ansiosa di cominciare, cerco subito corsi per iniziare già oggi. Ce n'era solo uno ancora disponibile: yoga.
Mmmm.
Non era esattamente il corso faticoso e spossante che avevo in mente, ma va bene, magari miglioro un po' la flessibilità.
Quindi oggi mi sono armata di buona volontà e sono andata in palestra a fare yoga.
La palestra è fichissima. Tre piani, decine di tapis roulant, cyclette e macchine, sala pesi gigante e spogliatoi fantastici. Per non parlare della vista bellissima, si vede tutta Londra, fino allo Shard. Questo lo so perchè la lezione di yoga era prevista per le 12:30, ma io ovviamente sono arrivata in palestra alle 12:08.
Dieci minuti prima dell'inizio della lezione mi convinco che è finalmente l'orario giusto per entrare nell'aula. Ci sono già tre persone, tutte donne, che fanno dei movimenti strani sui loro tappetini, tutte scalze.
Panico. Yoga si fa scalzi? Ma è igienico?!
Piano piano l'aula si riempie. Conto dieci, quindici donne. Nessuna di loro sembra avere i corpi snelli e flessuosi che mi immagino quando penso a una persona che pratica regolarmente yoga. Alcune stanno messe sensibilmente peggio di me. Alla fine, guardandosi intorno un po' impaurito, entra un uomo.
Classico inglese pallido di età compresa tra i 38 e i 45 anni. Le mie compagne di corso lo guardano con compassione.
"Si è perso? La sala pesi è di sopra." spiega una con fare comprensivo.
L'inglese pallido continua a guardarsi intorno per qualche secondo, poi finalmente parla.
"Qui è yoga, giusto?"
Tutte sorridono emozionate. Indovino che sia il primo uomo che abbiano visto entrare nell'aula di yoga da quando (mi dicono) è venuto uno dell'impresa di pulizie ad asciugare il pavimento allagato. E annamo bene.
L'inglese pallido diventa il mio vicino di tappetino, e sedendosi mi lanciauna smorfia un sorriso tipicamente inglese che tradotto in parole diventerebbe qualcosa come "sono inglese, ergo sono fisicamente incapace di provare emozioni e quindi un vero sorriso è inconcepibile per la mia cultura".
L'istruttrice arriva, ci togliamo le scarpe (ahimé) e ci chiede di sdraiarci e "rilassarci per qualche secondo prima di iniziare la lezione".
Alzo scetticamente un sopracciglio. Lo sapevo che era una perdita di tempo, avrei dovuto aspettare domani per segnarmi a Insane Body Combat, altro che yoga.
Al rilassarsi qualche secondo, però, non si dice mai di no, quindi mi sdraio tranquilla.
L'istruttrice ci chiede di chiudere gli occhi e immaginarci su una spiaggia ai Caraibi, e io capisco subito che sta cercando di farci capire che se vogliamo avere il fisico giusto per stare sdraiate su una spiaggia ai Caraibi senza vergognarci dobbiamo lavorare sodo, quindi ci sta motivando per farci fare un'ottima lezione! Che genio questa donna, gli inglesi stanno avanti.
Lei continua: "ora immaginate di uscire dal vostro corpo, voi non siete il vostro corpo..."
Aspetta...
Eh no.
Allora non ci sta motivando. E' solo matta! Cioè io vengo in palestra per migliorarlo, il corpo, e tu mi dici di uscirne?
Alzo anche l'altro sopracciglio e provo a meditare (sì, ha veramente detto "meditare") per cinque minuti.
Ecco un elenco di cose a cui ho pensato mentre "meditavo":
Ma per "meditare" si intende "dormiveglia"?
Chissà se alle macchinette qui fuori vendono la Red Bull.
Se sta lezione è tutta così scrivo una lettera al presidente della palestra dicendogli che se vuole far passare sta cosa per "palestra" farebbe meglio ad aprire un coffee shop con musica new age e tipi con i rasta e organizzarci un paio di sessioni di yoga misto canne alla settimana.
Ma la gente, che fa quando medita? Cioè, non pensa proprio? Mesà che è davvero come il dormiveglia.
Se l'inglese pallido si addormenta e russa giuro, me ne vado.
"Ok, tutti pronti?"
L'istruttrice mi riscuote dalla mia profonda meditazione ed inizia quella che sarà una delle lezioni in cui ho sudato di più in vita mia. Le signore con il corpo non snello che dicevo prima, le mie compagne di corso, hanno sfoderato una flessibilità serpentesca contraendosi in modi che, sono sicura, il mio corpo non è fisicamente in grado di riprodurre. Io ero quella sul retro dell'aula con la faccia paonazza e la maglietta fradicia. Sono caduta due volte. Letteralmente. Nel senso che ero in una posizione talmente precaria che il mio equilibrio (già di per sé molto scarso) non ha retto e sono finita con la faccia per terra.
Magra consolazione: l'inglese pallido è caduto almeno quattro volte, la medaglia è sua.
Ad un certo punto l'istruttrice mi ha gentilmente permesso di mantenere la mia posizione semplice mentre il resto della classe faceva una cosa con un nome strano (ah, ecco, ogni posizione ha un nome, e queste se li ricordano tutti!) che io ero palesemente non in grado di fare.
A fine lezione sono scappata dall'aula più per la vergogna che per altro.
Mentre tornavo a casa, però, mi sono sentita veramente bene. Non soltanto perchè la mia vita sta riprendendo una sorta di routine e questo mi piace, ma anche fisicamente.
Sarà che sta lezione di yoga mi ha pulito il chakra? (Che poi... qualcuno sa cos'è sto chakra?)
Fatto sta che mi sono iscritta anche alla prossima lezione di yoga.
E anche di Body Combat e Body Pump, per non farmi mancare niente.
Tanto è gratis!
Perchè io, amante della routine e degli orari prestabiliti al punto di essere sempre 3 minuti in anticipo a qualsiasi tipo di appuntamento, finora avevo fallito miseramente nel trovare la mia dimensione qui, a Londra.
In tre mesi non c'è stato un giorno in cui io sia uscita di casa sapendo come sarebbe andata la mia giornata o a che ora sarei rientrata. Questo ha causato non pochi squilibri al mio sistema nervoso, a cui piace tanto sapere le cose, così si regola di conseguenza.
Quando finalmente ho iniziato a lavorare, la bellezza di quattro giorni fa, è stato inevitabile riprendere il controllo di me stessa e ritagliarmi una sorta di routine. Non posso farci nulla, a me la routine piace, ci si sta bene dentro e mi fa pure sentire parecchio tranquilla.
Dal primo giorno ho iniziato a prepararmi i vestiti per il lavoro la sera prima, e a metterli sulla sedia, così evito di svegliare mezza casa mentre impreco la mattina perchè non ho niente da mettermi.
Dal secondo giorno ho iniziato a cucinare il pranzo per il giorno dopo, così non passo quaranta minuti della mia ora di pausa pranzo in fila da Marks & Spencer. E spendo meno.
Dal terzo giorno, mi sono iscritta in palestra.
Dopo tre mesi di burro d'arachidi, frappuccini e plum cake inizio a sentire il bisogno di portare le mie regali chiappe su un tapis roulant e bruciare qualche caloria.
La mia palestra si chiama EasyGym (stesso font di EasyJet, stesso colore di EasyJet, stesso stile di EasyJet... salta fuori che è della stessa compagnia di EasyJet), e mi sono iscritta da casa per la modica cifra di £30, che comprendono accesso illimitato alla palestra e ai corsi, prenotabili online.
Io, fomentatissima e ansiosa di cominciare, cerco subito corsi per iniziare già oggi. Ce n'era solo uno ancora disponibile: yoga.
Mmmm.
Non era esattamente il corso faticoso e spossante che avevo in mente, ma va bene, magari miglioro un po' la flessibilità.
Quindi oggi mi sono armata di buona volontà e sono andata in palestra a fare yoga.
La palestra è fichissima. Tre piani, decine di tapis roulant, cyclette e macchine, sala pesi gigante e spogliatoi fantastici. Per non parlare della vista bellissima, si vede tutta Londra, fino allo Shard. Questo lo so perchè la lezione di yoga era prevista per le 12:30, ma io ovviamente sono arrivata in palestra alle 12:08.
Dieci minuti prima dell'inizio della lezione mi convinco che è finalmente l'orario giusto per entrare nell'aula. Ci sono già tre persone, tutte donne, che fanno dei movimenti strani sui loro tappetini, tutte scalze.
Panico. Yoga si fa scalzi? Ma è igienico?!
Piano piano l'aula si riempie. Conto dieci, quindici donne. Nessuna di loro sembra avere i corpi snelli e flessuosi che mi immagino quando penso a una persona che pratica regolarmente yoga. Alcune stanno messe sensibilmente peggio di me. Alla fine, guardandosi intorno un po' impaurito, entra un uomo.
Classico inglese pallido di età compresa tra i 38 e i 45 anni. Le mie compagne di corso lo guardano con compassione.
"Si è perso? La sala pesi è di sopra." spiega una con fare comprensivo.
L'inglese pallido continua a guardarsi intorno per qualche secondo, poi finalmente parla.
"Qui è yoga, giusto?"
Tutte sorridono emozionate. Indovino che sia il primo uomo che abbiano visto entrare nell'aula di yoga da quando (mi dicono) è venuto uno dell'impresa di pulizie ad asciugare il pavimento allagato. E annamo bene.
L'inglese pallido diventa il mio vicino di tappetino, e sedendosi mi lancia
L'istruttrice arriva, ci togliamo le scarpe (ahimé) e ci chiede di sdraiarci e "rilassarci per qualche secondo prima di iniziare la lezione".
Alzo scetticamente un sopracciglio. Lo sapevo che era una perdita di tempo, avrei dovuto aspettare domani per segnarmi a Insane Body Combat, altro che yoga.
Al rilassarsi qualche secondo, però, non si dice mai di no, quindi mi sdraio tranquilla.
L'istruttrice ci chiede di chiudere gli occhi e immaginarci su una spiaggia ai Caraibi, e io capisco subito che sta cercando di farci capire che se vogliamo avere il fisico giusto per stare sdraiate su una spiaggia ai Caraibi senza vergognarci dobbiamo lavorare sodo, quindi ci sta motivando per farci fare un'ottima lezione! Che genio questa donna, gli inglesi stanno avanti.
Lei continua: "ora immaginate di uscire dal vostro corpo, voi non siete il vostro corpo..."
Aspetta...
Eh no.
Allora non ci sta motivando. E' solo matta! Cioè io vengo in palestra per migliorarlo, il corpo, e tu mi dici di uscirne?
Alzo anche l'altro sopracciglio e provo a meditare (sì, ha veramente detto "meditare") per cinque minuti.
Ecco un elenco di cose a cui ho pensato mentre "meditavo":
Ma per "meditare" si intende "dormiveglia"?
Chissà se alle macchinette qui fuori vendono la Red Bull.
Se sta lezione è tutta così scrivo una lettera al presidente della palestra dicendogli che se vuole far passare sta cosa per "palestra" farebbe meglio ad aprire un coffee shop con musica new age e tipi con i rasta e organizzarci un paio di sessioni di yoga misto canne alla settimana.
Ma la gente, che fa quando medita? Cioè, non pensa proprio? Mesà che è davvero come il dormiveglia.
Se l'inglese pallido si addormenta e russa giuro, me ne vado.
"Ok, tutti pronti?"
L'istruttrice mi riscuote dalla mia profonda meditazione ed inizia quella che sarà una delle lezioni in cui ho sudato di più in vita mia. Le signore con il corpo non snello che dicevo prima, le mie compagne di corso, hanno sfoderato una flessibilità serpentesca contraendosi in modi che, sono sicura, il mio corpo non è fisicamente in grado di riprodurre. Io ero quella sul retro dell'aula con la faccia paonazza e la maglietta fradicia. Sono caduta due volte. Letteralmente. Nel senso che ero in una posizione talmente precaria che il mio equilibrio (già di per sé molto scarso) non ha retto e sono finita con la faccia per terra.
Magra consolazione: l'inglese pallido è caduto almeno quattro volte, la medaglia è sua.
Ad un certo punto l'istruttrice mi ha gentilmente permesso di mantenere la mia posizione semplice mentre il resto della classe faceva una cosa con un nome strano (ah, ecco, ogni posizione ha un nome, e queste se li ricordano tutti!) che io ero palesemente non in grado di fare.
A fine lezione sono scappata dall'aula più per la vergogna che per altro.
Mentre tornavo a casa, però, mi sono sentita veramente bene. Non soltanto perchè la mia vita sta riprendendo una sorta di routine e questo mi piace, ma anche fisicamente.
Sarà che sta lezione di yoga mi ha pulito il chakra? (Che poi... qualcuno sa cos'è sto chakra?)
Fatto sta che mi sono iscritta anche alla prossima lezione di yoga.
E anche di Body Combat e Body Pump, per non farmi mancare niente.
Tanto è gratis!
giovedì 24 luglio 2014
Quello che Londra non è
Oggi a Londra fanno trenta gradi.
Sì, ho scritto bene, trenta (tre-zero) gradi, un sole che spacca le pietre e manco un filo di vento. Fa talmente caldo che un mio coinquilino ha appena chiesto se c'è l'aria condizionata nella Tube; domanda che, in un anno, non si era mai posto.
Ogni tanto mi arrivano voci dalla madre patria, dicono che il tempo lasci un po' a desiderare. Piove e fa freddo, sembra che sia Novembre e non Luglio. Io ogni volta devo sinceramente mordermi la lingua per evitare di rispondere "ve sta bene."
Questa punta di acidità forse è data dal fatto che, a parte i trenta gradi londinesi a confronto con la pioggia romana (ma tranquilli, scommetto tanti soldi che tra tre giorni i ruoli si invertono e tutto torna nella norma), non c'è molto altro che si possa invidiare a Londra o a chi, come me, ci abita.
No, non inizierò a scrivere di quanto si sta male qui, di quanto è cara la vita o di quanti italiani ci sono (un indizio: tanti). Per questa volta il sole mi costringe anche a risparmiarmi il mio solito "chetempodemmerda".
Non mi piacciono le critiche distruttive, non voglio generalizzare e non sono Beppe Severgnini.
Però c'è da dire che ogni tanto bisogna fare i conti con la realtà dei fatti (questa sconosciuta), e capita che si esca dallo scontro un po' ammaccati, disillusi e, perchè no, con un leggero giramento di scatole.
Perchè dopo qualche passeggiata, qualche esperienza e soprattutto qualche mese, oltre a vedere quello che c'è inizia a diventare dolorosamente palese quello che non c'è. Più che cercare di apprezzare Londra per quello che è e che può offrire, bisogna venire a patti con quello che Londra non è.
Ad esempio: Londra non è casa.
Già sento un coro di "Maddai? Ma non mi dire?". Ebbene sì, questo è uno dei fatti con cui ho dovuto confrontarmi. A forza di belle esperienze e di mettere sempre alla prova la mia capacità di adattamento avevo iniziato a pensare che volendo avrei potuto trasformare qualsiasi posto al mondo in casa mia.
Invece no, non è vero, non posso. Forse potrei farcela, da qualche parte, ma non qui. Questa non è casa mia. E' un'esperienza, è funzionale a qualcos'altro, è uno strumento, è un tramite, è una transizione. Ma non è casa.
Londra non è il paese dei balocchi. Non è la terra promessa dove tutte quelle bellissime frasi fatte da expat diventano realtà, come "se vuoi lavorare, lavori" e "l'inglese lo impari subito". E' una città con dodici milioni di abitanti, un tasso di immigrati altissimo e una competizione incredibile. Che l'Inghilterra e gli inglesi fossero freddi (da tutti i punti di vista, trenta gradi o senza) lo sapevo, ma speravo in qualche modo di arrivare e portarmi il sole, e il calore, dietro.
No, ho toppato anche questa volta.
Londra non è una città per sognatori. E' tantissime altre cose, alcune belle e alcune no. E' vibrante, viva e veloce. Ma non è il posto adatto per chi vive di pane e fantasia, il grigio della vita qui riesce quasi a spegnere qualsiasi altro colore. Non per niente si dice "sogno americano", mica "sogno britannico".
Tutte queste cose che Londra non è diventano quasi insignificanti alla luce di un sole splendente come quello di oggi, e se fosse sempre così uno potrebbe anche provare a dimenticarsele. Però, ripeto: scommetto tanti soldi che tra tre giorni l'ordine naturale delle cose verrà ristabilito e torneremo ad essere fradici, mentre a Roma ci sarà un bel sole estivo. E lì, sotto la pioggia, tutte le mancanze di questa città sembreranno un po' più importanti, un po' meno sormontabili.
L'essere umano è l'unica creatura vivente che non ha bisogno di un'esperienza diretta per imparare le cose, l'unica creatura vivente che può immaginare anche senza sapere.
La prima, vera, qualità dei sognatori è saper immaginare meglio. Alcuni lo chiamano "avere un obiettivo in mente", altri "castelli in aria" e altri ancora "aspettative di vita poco realistiche".
Io oggi lo chiamo futuro.
domenica 1 giugno 2014
Take courage
Due anni fa ero a Londra in vacanza con le amiche, e camminavamo beate nei pressi di London Bridge, guardandoci intorno senza una meta precisa. Per la cronaca, io sono sempre stata una di quelle persone che cammina con il naso all'insù e non guarda mai dove mette i piedi.
Insomma, camminavamo e chiacchieravamo. Era marzo e, incredibilmente, c'era il sole.
Tra una risata e l'altra il mio sguardo, sempre puntato verso il cielo, ha intravisto qualcosa di strano. E lì, all'ombra di un ponte, nascosto tra i palazzi, c'era un'insegna, scritta sul muro di un edificio di mattoncini rossi, con un messaggio potente.
Così inaspettata e provvidenziale che c'era quasi da chiedersi se qualcuno l'avesse messa lì apposta per noi.
Senza pensarci due volte ho scattato una foto.
Poi abbiamo continuato a camminare, la nostra vacanza è andata avanti, siamo tornate a casa and the rest, as they say, is history.
Da quando sono qui non faccio che pensare a quella scritta sull'edificio di mattoncini rossi.
E' stato un mese strano. Ho imparato delle cose, ne ho capite altre, altre ancora le ho dimenticate, ad altre ho smesso di credere.
Sono stata sola, dopo tanto tempo.
Ci sono stati momenti in cui ero letteralmente da sola, senza nessuno intorno, e mi sentivo schiacciata dal peso delle mie aspettative e della vita che avevo scelto per me stessa. Altre volte invece sono stata sola in mezzo ad un mare di persone, e ho apprezzato la mia solitudine. Ho deciso di accoglierla e di accudirla, di farne il mio punto di forza. Ho scelto la solitudine, e ho scelto di non subirla.
Ho dubitato e ho cambiato direzione.
Continuamente, ogni cinque minuti e ogni due giorni.
Ho seriamente iniziato a sentire la paura del futuro, ho perso un po' di fiducia nelle mie capacità e ho realizzato improvvisamente quanto duramente bisognerà che io lavori per arrivare dove voglio. Di nuovo, ho avuto paura della vita che ho scelto per me stessa. Di nuovo, ho abbracciato la solitudine e mi è sembrato chiaro che farne tesoro fosse l'unico modo per arrivare dove voglio, per ora. Finchè non ci sarà qualcuno per cui varrà la pena abbandonarla.
Ho sentito nostalgia di casa, forte come mai prima. Neanche in America, a diecimila chilometri da qualsiasi cosa fosse anche remotamente familiare, mi ero sentita così nostalgica. Il primo giorno il mio unico pensiero è stato "prendo il primo aereo, torno a casa". L'ho pensato per ore e ore, guardando il soffitto pericolante della mia nuovissima camera da letto. Poi mi sono addormentata. La mattina dopo c'era il sole: è incredibile, il potere del sole. Il sole mette tutto in prospettiva, tutto sotto una luce migliore. Certi demoni semplicemente svaniscono alla luce del sole.
E' stato un mese strano. Drasticamente veloce, dolorosamente lento.
Sono successe tante cose, la maggior parte dentro di me. Ho preso cento decisioni, ho cambiato idea centouno volte.
Ma quando torno a casa la sera con la spesa,
quando mi mancano i miei amici e la mia famiglia,
quando vorrei condividere qualcosa con qualcuno,
quando mi siedo sotto la pioggia a guardare Tower Bridge,
quando sento una canzone che vorrei cantare,
quando la metro ci mette un'ora più del dovuto,
quando vorrei un abbraccio e niente più,
quando apro la casella email e nessuno mi ha scritto,
quando mi sveglio la mattina e non so cosa fare per il resto della giornata,
quando prendo per mano la mia solitudine e la porto con me in giro per la città,
penso sempre a quella scritta sull'edificio di mattoncini rossi, nascosta tra i palazzi da qualche parte a Southwark.
Oggi qualcuno che mi conosce bene mi ha detto che sono coraggiosa.
Tra tutte le parole che userei per descrivere me stessa, "coraggiosa" non è neanche tra le prime dieci.
Poi, come succede ogni cinque minuti, il pensiero è tornato alla scritta sul muro.
E lì ho capito.
Sono salita in metro, ho passato il viaggio a cercare la canzone giusta per il momento catartico. Sono arrivata a London Bridge e ho iniziato a camminare, che è il mio nuovo passatempo preferito.
Sobbalzavo ad ogni vicolo, chiedendomi se la mia scritta fosse proprio dietro l'angolo. Non sapevo dove stavo andando, e Londra non è piccola, e i dannatissimi palazzi di Southwark sono tutti uguali, tutti di mattoncini rossi.
Poi mi sono girata, ed era là. L'ho trovata. Semi nascosta da un'albero, illuminata da un sole molto tiepido, nitida e prepotente come la prima volta che l'ho vista.
Io ci credo fermamente, nel coraggio. Credo anche nella paura. Credo che siano due concetti così fortemente legati da non potere esistere l'uno senza l'altro, se non c'è paura non c'è coraggio e viceversa.
E' per questo che penso sempre alla scritta sul muro da qualche parte a Southwark.
E' per questo che, ogni volta che ho paura, prendo coraggio.
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