"Se non riesci a disfarti dello scheletro nel tuo armadio, tanto vale insegnargli a ballare." - G. B. Shaw
domenica 1 giugno 2014
Take courage
Due anni fa ero a Londra in vacanza con le amiche, e camminavamo beate nei pressi di London Bridge, guardandoci intorno senza una meta precisa. Per la cronaca, io sono sempre stata una di quelle persone che cammina con il naso all'insù e non guarda mai dove mette i piedi.
Insomma, camminavamo e chiacchieravamo. Era marzo e, incredibilmente, c'era il sole.
Tra una risata e l'altra il mio sguardo, sempre puntato verso il cielo, ha intravisto qualcosa di strano. E lì, all'ombra di un ponte, nascosto tra i palazzi, c'era un'insegna, scritta sul muro di un edificio di mattoncini rossi, con un messaggio potente.
Così inaspettata e provvidenziale che c'era quasi da chiedersi se qualcuno l'avesse messa lì apposta per noi.
Senza pensarci due volte ho scattato una foto.
Poi abbiamo continuato a camminare, la nostra vacanza è andata avanti, siamo tornate a casa and the rest, as they say, is history.
Da quando sono qui non faccio che pensare a quella scritta sull'edificio di mattoncini rossi.
E' stato un mese strano. Ho imparato delle cose, ne ho capite altre, altre ancora le ho dimenticate, ad altre ho smesso di credere.
Sono stata sola, dopo tanto tempo.
Ci sono stati momenti in cui ero letteralmente da sola, senza nessuno intorno, e mi sentivo schiacciata dal peso delle mie aspettative e della vita che avevo scelto per me stessa. Altre volte invece sono stata sola in mezzo ad un mare di persone, e ho apprezzato la mia solitudine. Ho deciso di accoglierla e di accudirla, di farne il mio punto di forza. Ho scelto la solitudine, e ho scelto di non subirla.
Ho dubitato e ho cambiato direzione.
Continuamente, ogni cinque minuti e ogni due giorni.
Ho seriamente iniziato a sentire la paura del futuro, ho perso un po' di fiducia nelle mie capacità e ho realizzato improvvisamente quanto duramente bisognerà che io lavori per arrivare dove voglio. Di nuovo, ho avuto paura della vita che ho scelto per me stessa. Di nuovo, ho abbracciato la solitudine e mi è sembrato chiaro che farne tesoro fosse l'unico modo per arrivare dove voglio, per ora. Finchè non ci sarà qualcuno per cui varrà la pena abbandonarla.
Ho sentito nostalgia di casa, forte come mai prima. Neanche in America, a diecimila chilometri da qualsiasi cosa fosse anche remotamente familiare, mi ero sentita così nostalgica. Il primo giorno il mio unico pensiero è stato "prendo il primo aereo, torno a casa". L'ho pensato per ore e ore, guardando il soffitto pericolante della mia nuovissima camera da letto. Poi mi sono addormentata. La mattina dopo c'era il sole: è incredibile, il potere del sole. Il sole mette tutto in prospettiva, tutto sotto una luce migliore. Certi demoni semplicemente svaniscono alla luce del sole.
E' stato un mese strano. Drasticamente veloce, dolorosamente lento.
Sono successe tante cose, la maggior parte dentro di me. Ho preso cento decisioni, ho cambiato idea centouno volte.
Ma quando torno a casa la sera con la spesa,
quando mi mancano i miei amici e la mia famiglia,
quando vorrei condividere qualcosa con qualcuno,
quando mi siedo sotto la pioggia a guardare Tower Bridge,
quando sento una canzone che vorrei cantare,
quando la metro ci mette un'ora più del dovuto,
quando vorrei un abbraccio e niente più,
quando apro la casella email e nessuno mi ha scritto,
quando mi sveglio la mattina e non so cosa fare per il resto della giornata,
quando prendo per mano la mia solitudine e la porto con me in giro per la città,
penso sempre a quella scritta sull'edificio di mattoncini rossi, nascosta tra i palazzi da qualche parte a Southwark.
Oggi qualcuno che mi conosce bene mi ha detto che sono coraggiosa.
Tra tutte le parole che userei per descrivere me stessa, "coraggiosa" non è neanche tra le prime dieci.
Poi, come succede ogni cinque minuti, il pensiero è tornato alla scritta sul muro.
E lì ho capito.
Sono salita in metro, ho passato il viaggio a cercare la canzone giusta per il momento catartico. Sono arrivata a London Bridge e ho iniziato a camminare, che è il mio nuovo passatempo preferito.
Sobbalzavo ad ogni vicolo, chiedendomi se la mia scritta fosse proprio dietro l'angolo. Non sapevo dove stavo andando, e Londra non è piccola, e i dannatissimi palazzi di Southwark sono tutti uguali, tutti di mattoncini rossi.
Poi mi sono girata, ed era là. L'ho trovata. Semi nascosta da un'albero, illuminata da un sole molto tiepido, nitida e prepotente come la prima volta che l'ho vista.
Io ci credo fermamente, nel coraggio. Credo anche nella paura. Credo che siano due concetti così fortemente legati da non potere esistere l'uno senza l'altro, se non c'è paura non c'è coraggio e viceversa.
E' per questo che penso sempre alla scritta sul muro da qualche parte a Southwark.
E' per questo che, ogni volta che ho paura, prendo coraggio.
martedì 20 maggio 2014
Commedie romantiche e realtà: trova le differenze
Nei film succede sempre che due persone, un lui di solito molto figo e una lei di solito molto bella, si incontrano, si piacciono, si innamorano. Poi succede qualcosa che potrebbe - bada, potrebbe - dividerli, ma alla fine riescono trovare il modo di tornare l'uno dall'altra, e vissero sempre felici e contenti.
Adesso parliamo di cose serie: tutto quello che non ci dicono in questi stramaledetti film.
Il lui in questione non è mai molto figo. Nel migliore dei casi è carino, e siccome noi (be', la maggior parte di noi) sappiamo di non stare vivendo dentro a una commedia romantica con Zac Efron, ci facciamo andare benissimo il tipo carino. Perchè già il fatto che sia carino, e non un disadattato/scorfano/sociopatico/alieno è un grandissimo successo.
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| ecco, questo non esiste. |
L'incontro non è mai come nei film: Julia Roberts non entra per caso in una libreria qualsiasi a Notting Hill, il vicino di casa non è Chris Evans e l'istruttore di danza al villaggio vacanze non si innamorerà mai di noi. Nella vita reale è sempre tutto imperfetto: una parola detta male, una fastidiosa interruzione, un amico che dice la cosa sbagliata al momento sbagliato ed il momento è rovinato; improvvisamente troppo realistico per essere perfetto.
Nel 99,9% dei casi poi, diciamocelo, non ci si piace. Magari a lei piace lui, ma un pochino, giusto perchè si sente sola e non sa bene cosa vuole dalla vita, e magari l'ex era uno stronzo e lui è completamente diverso quindi si convince di dovergli dare una possibilità perchè dai, non si sa mai!, ed ecco che lei si ritrova imboscata in una relazione soffocante con un ragazzo che in realtà non le è mai veramente piaciuto. Oppure lui, che pensa di essersi innamorato ma poi scopre che lei ha una madre iperprotettiva, e il suo didietro sembrava più bello in quel tubino in discoteca, e che a lei non piace che lui stia fuori fino a tardi a fare chissaccheccosa con chissacchi, e quindi si rimangia tutto e inizia con la solfa del "non sei tu, sono io".
Anche nella poco probabile eventualità che i due si piacciano, innamorarsi è difficile.
E poi quel qualcosa che potrebbe - bada, potrebbe - dividere i due, di solito li divide. Perchè non s'è visto mai che Tom Cruise ti entri in salotto piangendo e confessandoti che "tu mi completi", o che Hugh Grant interrompa una conferenza stampa per dichiararsi, o che Ryan Gosling ti aspetti per sei anni della sua vita diventando più figo ogni giorno che passa e costruendoti contemporaneamente la casa dei tuoi sogni.
Nella vita reale Tom Cruise diventa un alcolista depresso, Hugh Grant vende la storia e il video porno a tutti i giornali scandalistici e Ryan Gosling si sposa una tipetta qualunque e le mette le corna tutti i giovedì, quando le dice di stare giocando a calcetto.
Allora noi, ragazze cresciute a pane e commedie romantiche, che alternative abbiamo?
Dovremmo rinnegare anni e anni di sogni ad occhi aperti e citazioni imparate a memoria?
Dovremmo abbassare le nostre incredibilmente alte aspettative per trovare finalmente qualcuno che ci faccia compagnia? Dovremmo forse scambiare "quello giusto" con quello che "vabbè, si poteva fare"?
Io penso che se certi film esistono è per darci speranza, non per farci del male.
Perchè io penso che abbiamo davvero bisogno di credere che da qualche parte là fuori ci sia una storia da film che aspetta soltanto noi per diventare realtà. E' questo che ci impedisce di diventare ciniche, di comprarci quindici gatti e sedici barattoli di gelato Ben&Jerry's: credere che il nostro film personale sia, potenzialmente, proprio dietro l'angolo.
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| perchè le eccezioni esistono. |
sabato 17 maggio 2014
La scelta di perdersi
Mi sono persa. In tanti sensi.
Mi sono persa nelle distrazioni, nella paura di mille cose, nella poca fiducia in me stessa, e perdendomi in tutto questo ho anche perso di vista i miei obiettivi, i miei sogni, e mi sono lasciata fuorviare. Sono caduta nella tana del bianconiglio alla prima occasione, ed è stata dura tornare in superficie. Adesso che ho ritrovato la mia strada, però, mi sembra di vedere tutto un po' più chiaramente, ed ho imparato a stare attenta a dove metto i piedi.
Ho sempre paura di diventare cinica, ma la mia ingenuità mi rende vulnerabile, nel mondo reale.
Mi sono persa tanti momenti che non avrei dovuto perdermi. Ho perso occasioni, opportunità, potenziali istanti di felicità. E' una cosa che penso succeda a tutti, avere il presentimento di aver perso qualcosa di buono, ma io non riesco mai a perdonarmelo quando succede a me. Cerco di costringermi a fare tante cose per poi non dovermi mai trovare nella situazione di rimpiangere qualcosa. Col rimorso ci posso convivere, con il rimpianto no.
Mi sono persa a Londra, oggi. Consapevolmente, per scelta, con Google Maps in tasca.
Mi sono ritrovata a Holland Park, ho acceso la musica e ho deciso di non guardare più neanche una mappa fino al ritorno a casa. Avevo tutto quello che mi serviva: cuffiete, Oyster Card, qualcosa con cui scattare delle foto, scarpe comode, occhi aperti.
Ho salutato Buckingham Palace mentre Lorde cantava "Royals".
Ho bevuto un centrifugato di frutta in una Carnaby Street incredibilmente soleggiata ascoltanto Macklemore.
Ho visto una coppia di sposi uscire da una chiesa e venire ricoperti da petali di rosa da amici e parenti, e mi sono commossa, perchè ascoltavo "Don't Stop Believing".
L'universo ha il suo modo di dirci le cose.
Ci sono giorni in cui non mi va di starlo a sentire.
In cui vorrei chiudere la porta, tirare le tende e crogiolarmi nella mia mancanza di casa, piangermi addosso pensando a quanto vorrei stare un po' con i miei genitori, i miei amici, i miei fratelli, le persone che amo. Sono i giorni in cui qualsiasi segnale l'universo mi stia mandando, non riesce a raggiungermi. Sono disconnessa, staccata, distante e mi sento profondamente lontana. Da casa, ma anche da me stessa.
Poi basta una lunga passeggiata, un po' di musica, e ventidue incredibili gradi centigradi a Londra per cambiare completamente tutto quanto.
Mi sono persa nelle distrazioni, nella paura di mille cose, nella poca fiducia in me stessa, e perdendomi in tutto questo ho anche perso di vista i miei obiettivi, i miei sogni, e mi sono lasciata fuorviare. Sono caduta nella tana del bianconiglio alla prima occasione, ed è stata dura tornare in superficie. Adesso che ho ritrovato la mia strada, però, mi sembra di vedere tutto un po' più chiaramente, ed ho imparato a stare attenta a dove metto i piedi.
Ho sempre paura di diventare cinica, ma la mia ingenuità mi rende vulnerabile, nel mondo reale.
Mi sono persa tanti momenti che non avrei dovuto perdermi. Ho perso occasioni, opportunità, potenziali istanti di felicità. E' una cosa che penso succeda a tutti, avere il presentimento di aver perso qualcosa di buono, ma io non riesco mai a perdonarmelo quando succede a me. Cerco di costringermi a fare tante cose per poi non dovermi mai trovare nella situazione di rimpiangere qualcosa. Col rimorso ci posso convivere, con il rimpianto no.
Mi sono persa a Londra, oggi. Consapevolmente, per scelta, con Google Maps in tasca.
Mi sono ritrovata a Holland Park, ho acceso la musica e ho deciso di non guardare più neanche una mappa fino al ritorno a casa. Avevo tutto quello che mi serviva: cuffiete, Oyster Card, qualcosa con cui scattare delle foto, scarpe comode, occhi aperti.
La riproduzione casuale dell'iPhone mi ha regalato momenti meravigliosi: alzare gli occhi e rendersi conto di essere di fronte alla Royal Albert Hall proprio mentre inizia "Every Teardrop is a Waterfall" è stato da brividi.
"Here Comes The Sun" è partita mentre costeggiavo la Serpentine a Hyde Park, e mi ha fatto spuntare un sorriso gigante.
Dentro Hamleys, a Regent Street, canticchiavo "Raise Your Glass" di Pink mentre i grandi e bambini intorno a me ridevano e facevano volare un boomerang, e camminando con il naso all'insù a Piccadilly Circus sentivo "City of Blinding Lights".
Ho salutato Buckingham Palace mentre Lorde cantava "Royals".
Ho bevuto un centrifugato di frutta in una Carnaby Street incredibilmente soleggiata ascoltanto Macklemore.
Ho visto una coppia di sposi uscire da una chiesa e venire ricoperti da petali di rosa da amici e parenti, e mi sono commossa, perchè ascoltavo "Don't Stop Believing".
L'universo ha il suo modo di dirci le cose.
Ci sono giorni in cui non mi va di starlo a sentire.
In cui vorrei chiudere la porta, tirare le tende e crogiolarmi nella mia mancanza di casa, piangermi addosso pensando a quanto vorrei stare un po' con i miei genitori, i miei amici, i miei fratelli, le persone che amo. Sono i giorni in cui qualsiasi segnale l'universo mi stia mandando, non riesce a raggiungermi. Sono disconnessa, staccata, distante e mi sento profondamente lontana. Da casa, ma anche da me stessa.
Poi basta una lunga passeggiata, un po' di musica, e ventidue incredibili gradi centigradi a Londra per cambiare completamente tutto quanto.
domenica 4 maggio 2014
Ad un bivio
Ci sono sensazioni intense che provi una volta e sei convinto che non le proverai più.
L'emozione di una partenza, la nostalgia che si presenta prima del previsto, la mente che non ne vuole sapere di distrarsi, il corpo che non accetta più cibo ma solo caffeina, le lacrime improvvise e ingiustificate.
Tutto già visto, già fatto: 5 anni fa. Ero una ragazzina. Ingenua, superficiale, speranzosa e super ottimista.
5 anni dopo rieccomi qui, al bivio tra "la vita di sempre" e "il posto nuovo".
Se prima ero andata dritta e a testa alta verso l'America, adesso ho le spalle curve e lo stomaco annodato. Mi chiedo: cosa è cambiato? Cosa manca, stavolta? La convinzione, l'ottimismo, l'ingenuità, tutte e tre le risposte?
Forse tutta l'acqua che è passata sotto i ponti in questo tempo mi ha cambiata più di quanto non avessi voluto riconoscere, rendendomi un po' meno speranzosa e un po' più cauta. Il punto è che non è nella mia natura essere cauta: io mi butto sulle cose con tutta me stessa, mi ci immergo e riemergo sempre, un po' ammaccata, ma col sorriso.
Non sono disposta a compromettere la cosa che più mi piace di me perchè ho paura.
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Forse il panico bisogna accoglierlo, invece di cercare di contrastarlo.
Forse bisogna prendere un bel respiro e pensare: "Sì, sono terrorizzata, e stressata, e vulnerabile, e debole, e nervosa, e per oggi va bene così".
Poi bisogna anche avere la forza di alzarsi il giorno dopo e sorridere, prendere tutto di petto e buttarsi sulle cose come se non ci si potesse fare male.
Quando inizi a salire ti rendi conto che non è una collina, è una montagna.
Per fortuna c'è una bellissima rete di sicurezza dietro pronta a raccogliermi se cado, che non penso riuscirò mai ad apprezzare quanto meriterebbe.
Vorrei trovare il tempo di dire grazie a tutti, e invece sto zitta mentre mi lascio confortare dalle loro parole.
Uno di loro, 5 anni fa, mi ha detto "E adesso testa alta: la strada è lunga, difficile, e soprattutto bellissima." Io mi fido.
lunedì 28 aprile 2014
Un tipo forte
C'era una volta una ragazza che pensava di poter fare tutto.
Tranne i calcoli, s'intende. In realtà tutto tranne qualsiasi cosa che abbia a che fare con matematica, chimica, fisica e scienze, basti pensare che per capire la differenza di fuso orario da Londra a Roma ci sono volute circa due ore (Londra sta un'ora indietro, comunque, non era poi tanto difficile).
Alla suddetta ragazza piaceva mettersi alla prova, ogni tanto, giusto per confermare che volendo avrebbe potuto fare tutto.
Le venivano in mente le cose più strane: trasferirsi per un anno dall'altra parte del mondo, leggere "Il Signore degli Anelli" in meno di due giorni, provarci con un ragazzo bello e fuori dalla sua portata.
Ogni nuovo traguardo veniva conquistato, e questo non faceva che rafforzare la sua convinzione di essere onnipotente.
Lei disse che si sarebbe laureata.
Lei disse che si sarebbe trasferita.
Lei si rese conto che a 22 anni aveva costruito una quantità infinita di aspettative. Capì che prima o poi (prima) arriva il momento in cui le cose dette vanno fatte, e che non sono più cose relativamente facili in cui altri sono strettamente coinvolti in modo da poterli incolpare nel caso si fallisse. Arriva un giorno in cui non c'è più nessuno da incolpare se le cose vanno male, se non la persona nello specchio. Arriva un giorno in cui bisogna tirare fuori le unghie (o le palle, a seconda di quanto si è grevi e sboccati nella vita) e andarsi a prendere quello che si vuole perchè c'è una convinzione di fondo che ci dice che possiamo, sì, volendo possiamo.
La ragazza in questione iniziò ad avere paura.
Si svegliava la notte ed elencava nella sua testa tutti i modi in cui le cose avrebbero potuto andare male e lei avrebbe miseramente fallito. Contava sulle dita delle mani tutte le cose che aveva da perdere e le sembrava inconcepibile la sola eventualità che potessero veramente non esserci più.
La ragazza realizzò che il "poi" del "prima o poi" era arrivato, prima del previsto.
Però lei era un tipo forte: invece di crogiolarsi nei dubbi e nelle paure ha acceso il computer e ha iniziato a scrivere.
martedì 15 aprile 2014
Il momento che passa
Ho sempre amato i proverbi, le frasi fatte, e anche qualche cliché. Perchè secondo me se certe cose si dicono da generazioni e si dicono così spesso, un fondo di verità deve esserci per forza. Ad esempio è scientificamente provato che "a Pasquetta piove sempre", o che "cielo a pecorelle, pioggia a catinelle", o per uscire dall'ambito meteorologico: "chi tardi arriva male alloggia" e "chi ha il pane non ha i denti". Tutte cose innegabili, proprio sante parole, assolute verità.
La mia preferita viene (una cosa nuova) dalla cultura americana: "you don't know what you've got until it's gone". Non sai quello che hai finchè non se n'è andato, finchè non lo hai più. Parafrasando, apprezziamo quello che avevamo soltanto quando ci viene tolto.
Per questo motivo i nostri genitori, i nostri fratelli maggiori, i nonni e gli amici ci dicono sempre di goderci il momento: perchè poi passa. Un giorno c'è, il giorno dopo chi lo sa; poi magari diventiamo nostalgici e vorremmo tornare indietro per apprezzare tutto con l'intensità che avrebbe meritato, perchè in quel momento eravamo troppo occupati/distratti/disinteressati/persi per vederlo.
Qualche giorno fa sono andata ad un diciottesimo, una festa bellissima. Io, prossima al ventitreesimo, avrei voluto tornare indietro e rivivere non solo il mio diciottesimo, ma anche quello di tutti i miei amici. Tutti quelli che mi sono persa perchè ero in America, tutti quelli che non ricordo con lucidità, tutti quelli che non mi sono goduta perchè ero troppo occupata/distratta/disinteressata/persa.
Il vero trauma è stato realizzare che il periodo dei diciottesimi passa. Arriva l'estate della maturità, e passa. Ecco il momento delle lauree, e passa. Un giorno vivremo il periodo dei matrimoni, e passerà anche quello. E in men che non si dica non saremo altro che un gruppo di amici che hanno tante storie da raccontare e poche da vivere.
A me queste storie non bastano, ne voglio ancora, ne voglio di più.
Sono un paio di sere che, mentre rido e bevo in compagnia degli amici, mi fermo per un secondo e penso che tra tre settimane mi trasferisco e loro non si immaginano neanche quanto mi mancheranno. E' uno di quei rarissimi momenti di lucidità in cui il detto "you don't know what you've got until it's gone" non vale più, diventa una bugia, perchè si riesce benissimo ad assaporare il momento ed è incredibilmente chiaro che è uno di quelli che vogliamo ricordare, un giorno questo bel momento sarà un bel ricordo, perchè anche lui passerà. Però adesso è ancora qui, lo stiamo vivendo, non se n'è ancora andato.
Riempiamolo di cose, questo momento. Mettiamoci tutto quanto, tutto insieme, senza distinzioni. Facciamo un pot-pourri di esperienze: belle, brutte, traumatiche, inaspettate, disarmanti. Facciamo tutte le scelte sbagliate e poi ridiamone. Stringiamoci sempre un po' più forte, che dicono che poi ci si perda.
Questo conto alla rovescia voglio trasformarlo in una maratona.
La mia preferita viene (una cosa nuova) dalla cultura americana: "you don't know what you've got until it's gone". Non sai quello che hai finchè non se n'è andato, finchè non lo hai più. Parafrasando, apprezziamo quello che avevamo soltanto quando ci viene tolto.
Per questo motivo i nostri genitori, i nostri fratelli maggiori, i nonni e gli amici ci dicono sempre di goderci il momento: perchè poi passa. Un giorno c'è, il giorno dopo chi lo sa; poi magari diventiamo nostalgici e vorremmo tornare indietro per apprezzare tutto con l'intensità che avrebbe meritato, perchè in quel momento eravamo troppo occupati/distratti/disinteressati/persi per vederlo.
Qualche giorno fa sono andata ad un diciottesimo, una festa bellissima. Io, prossima al ventitreesimo, avrei voluto tornare indietro e rivivere non solo il mio diciottesimo, ma anche quello di tutti i miei amici. Tutti quelli che mi sono persa perchè ero in America, tutti quelli che non ricordo con lucidità, tutti quelli che non mi sono goduta perchè ero troppo occupata/distratta/disinteressata/persa.
Il vero trauma è stato realizzare che il periodo dei diciottesimi passa. Arriva l'estate della maturità, e passa. Ecco il momento delle lauree, e passa. Un giorno vivremo il periodo dei matrimoni, e passerà anche quello. E in men che non si dica non saremo altro che un gruppo di amici che hanno tante storie da raccontare e poche da vivere.
A me queste storie non bastano, ne voglio ancora, ne voglio di più.
Sono un paio di sere che, mentre rido e bevo in compagnia degli amici, mi fermo per un secondo e penso che tra tre settimane mi trasferisco e loro non si immaginano neanche quanto mi mancheranno. E' uno di quei rarissimi momenti di lucidità in cui il detto "you don't know what you've got until it's gone" non vale più, diventa una bugia, perchè si riesce benissimo ad assaporare il momento ed è incredibilmente chiaro che è uno di quelli che vogliamo ricordare, un giorno questo bel momento sarà un bel ricordo, perchè anche lui passerà. Però adesso è ancora qui, lo stiamo vivendo, non se n'è ancora andato.
Riempiamolo di cose, questo momento. Mettiamoci tutto quanto, tutto insieme, senza distinzioni. Facciamo un pot-pourri di esperienze: belle, brutte, traumatiche, inaspettate, disarmanti. Facciamo tutte le scelte sbagliate e poi ridiamone. Stringiamoci sempre un po' più forte, che dicono che poi ci si perda.
Questo conto alla rovescia voglio trasformarlo in una maratona.
venerdì 14 marzo 2014
Uomini Maschio vs Uomini Femmina
C'è un argomento in particolare che ultimamente sembra andare per la maggiore tra i miei amici, quello degli uomini maschi e uomini femmine.
Messa così sembra un po' una questione sessista e superficiale, ma inizio a credere che ci sia più di quello che sembra: se soltanto si pensa al fatto che la messa in commercio e la vendita di prodotti cosmetici destinati agli uomini è cresciuta del 45% negli ultimi 10 anni si capisce subito che qualcosa è irreversibilmente cambiato nel mondo.
Non voglio dire che "non ci sono più gli uomini di una volta" perchè non credo sia vero, ma sicuramente sono una razza in via di estinzione (e sopratutto, dove stanno? Ce li tengono nascosti?) e, andando nello specifico, cosa vuol dire "gli uomini di una volta"?
Nell'immaginario di un ragazzo il fantomatico "uomo di una volta" è quello che apre la portiera a una ragazza per farla salire in auto. E' quello che le presta la giacca se lei sente freddo, quello che vuole pagare la cena e non sente ragioni. Ma non sono soltanto cose positive. Tanta gente (leggi: uomini) pensa che con "uomo di una volta" si intenda l'esemplare di uomo di Neanderthal burbero e spesso puzzolente, che lavora 8 ore al giorno e poi torna a casa e si piazza sul divano a guardare la partita pretendendo un sandwich dalla sua addomesticata e frustrata moglie. Per dirla in termini pubblicitari, l'uomo che non deve chiedere mai.
Illusioni goliardiche a parte, raccogliendo qualche testimonianza ho scoperto che "l'uomo di una volta" è quell'esemplare rarissimo di Maschio (con la M maiuscola, alcune persone addirittura fortificherebbero il concetto dicendo Massshchio) che oggi prende il nome di Uomo Maschio.
L'Uomo Maschio è quel genere di uomo che non si guarda più di una volta allo specchio prima di uscire di casa, in certi casa non si guarda per niente. Non sta venti minuti di fronte all'armadio per scegliere cosa mettersi e nei camerini di prova di H&M non chiede all'amico se "questi pantaloni gli fanno un bel culo". Sa cucinare, ma non è uno chef; falcia il prato e di solito sa anche aggiustare le cose dentro casa. E' il tipo di uomo che chiami se non riesci ad aprire il barattolo della marmellata. L'Uomo Maschio crede sia meglio fare il bagno in un calderone d'olio bollente che accompagnare la sua fidanzata a fare shopping, e sa a malapena cosa sia un centro estetico. Possiede un bagnoschiuma, uno shampo, un deodorante, un dopobarba, e poco altro. L'UM non ha mai paura di sporcarsi le mani e guarda gli Uomini Femmina con noncuranza e un velato disprezzo.
L'Uomo Femmina, d'altro canto, è un uomo che è rimasto vittima di un processo molto diffuso tra i maschi a partire dalla comparsa di David Beckham, la pussification: la regressione del loro organo sessuale fino alla sua trasformazione nella sua controparte femminile. Da non confondersi con gli uomini gay, gli Uomini Femmina sono eterosessuali, e metrosessuali. Sono quelli che a casa occupano l'intero mobile del bagno con i loro prodotti, che fanno sembrare quelli delle donne i trucchi che ti regalavano con Ragazza Moderna e Cioè. Hanno un appuntamento settimanale dall'estetista per fare sopracciglia, togliere eventuale peluria sul petto, e alcuni sulle gambe. Negli ultimi tempi l'accessorio più ambito per l'Uomo Femmina è la barba. Sempre maniacalmente curata e più lucida e soffice dei capelli di una donna appena uscita dal parrucchiere.
Il 90% delle ragazze e donne (intelligenti) che conosco dice che non uscirebbe mai, e dico mai, con un Uomo Femmina. A meno che l'UF non l'abbia invitata ad uscire sotto le sembianze di un Uomo Maschio: in quel caso la ragazza in questione fuggirebbe a gambe levate alla vista del primo segnale di pussification.
Eppure il 90% dei ragazzi e uomini là fuori è, almeno in parte, un Uomo Femmina. Che non è una cosa completamente negativa: gli UF sono ottimi amici, grandi compagni di avventure, spesso simpatici e ogni tanto anche attraenti... però non fanno sangue. Non quanto un Uomo Maschio, almeno.
E non perchè "l'uomo ha da puzzà", perchè l'UM non puzza. E' perchè il testosterone è l'ormone dei miracoli e le donne, quando c'è, lo sentono sempre.
Messa così sembra un po' una questione sessista e superficiale, ma inizio a credere che ci sia più di quello che sembra: se soltanto si pensa al fatto che la messa in commercio e la vendita di prodotti cosmetici destinati agli uomini è cresciuta del 45% negli ultimi 10 anni si capisce subito che qualcosa è irreversibilmente cambiato nel mondo.
Non voglio dire che "non ci sono più gli uomini di una volta" perchè non credo sia vero, ma sicuramente sono una razza in via di estinzione (e sopratutto, dove stanno? Ce li tengono nascosti?) e, andando nello specifico, cosa vuol dire "gli uomini di una volta"?
Nell'immaginario di un ragazzo il fantomatico "uomo di una volta" è quello che apre la portiera a una ragazza per farla salire in auto. E' quello che le presta la giacca se lei sente freddo, quello che vuole pagare la cena e non sente ragioni. Ma non sono soltanto cose positive. Tanta gente (leggi: uomini) pensa che con "uomo di una volta" si intenda l'esemplare di uomo di Neanderthal burbero e spesso puzzolente, che lavora 8 ore al giorno e poi torna a casa e si piazza sul divano a guardare la partita pretendendo un sandwich dalla sua addomesticata e frustrata moglie. Per dirla in termini pubblicitari, l'uomo che non deve chiedere mai.
Illusioni goliardiche a parte, raccogliendo qualche testimonianza ho scoperto che "l'uomo di una volta" è quell'esemplare rarissimo di Maschio (con la M maiuscola, alcune persone addirittura fortificherebbero il concetto dicendo Massshchio) che oggi prende il nome di Uomo Maschio.
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| Questo è quello che si dice Massshchio. |
L'Uomo Maschio è quel genere di uomo che non si guarda più di una volta allo specchio prima di uscire di casa, in certi casa non si guarda per niente. Non sta venti minuti di fronte all'armadio per scegliere cosa mettersi e nei camerini di prova di H&M non chiede all'amico se "questi pantaloni gli fanno un bel culo". Sa cucinare, ma non è uno chef; falcia il prato e di solito sa anche aggiustare le cose dentro casa. E' il tipo di uomo che chiami se non riesci ad aprire il barattolo della marmellata. L'Uomo Maschio crede sia meglio fare il bagno in un calderone d'olio bollente che accompagnare la sua fidanzata a fare shopping, e sa a malapena cosa sia un centro estetico. Possiede un bagnoschiuma, uno shampo, un deodorante, un dopobarba, e poco altro. L'UM non ha mai paura di sporcarsi le mani e guarda gli Uomini Femmina con noncuranza e un velato disprezzo.
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| Sì, con quello sguardo lì. |
L'Uomo Femmina, d'altro canto, è un uomo che è rimasto vittima di un processo molto diffuso tra i maschi a partire dalla comparsa di David Beckham, la pussification: la regressione del loro organo sessuale fino alla sua trasformazione nella sua controparte femminile. Da non confondersi con gli uomini gay, gli Uomini Femmina sono eterosessuali, e metrosessuali. Sono quelli che a casa occupano l'intero mobile del bagno con i loro prodotti, che fanno sembrare quelli delle donne i trucchi che ti regalavano con Ragazza Moderna e Cioè. Hanno un appuntamento settimanale dall'estetista per fare sopracciglia, togliere eventuale peluria sul petto, e alcuni sulle gambe. Negli ultimi tempi l'accessorio più ambito per l'Uomo Femmina è la barba. Sempre maniacalmente curata e più lucida e soffice dei capelli di una donna appena uscita dal parrucchiere.
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| Esemplare tipico di Uomo Femmina che tenta invano di emulare l'Uomo Maschio |
Il 90% delle ragazze e donne (intelligenti) che conosco dice che non uscirebbe mai, e dico mai, con un Uomo Femmina. A meno che l'UF non l'abbia invitata ad uscire sotto le sembianze di un Uomo Maschio: in quel caso la ragazza in questione fuggirebbe a gambe levate alla vista del primo segnale di pussification.
Eppure il 90% dei ragazzi e uomini là fuori è, almeno in parte, un Uomo Femmina. Che non è una cosa completamente negativa: gli UF sono ottimi amici, grandi compagni di avventure, spesso simpatici e ogni tanto anche attraenti... però non fanno sangue. Non quanto un Uomo Maschio, almeno.
E non perchè "l'uomo ha da puzzà", perchè l'UM non puzza. E' perchè il testosterone è l'ormone dei miracoli e le donne, quando c'è, lo sentono sempre.
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